La natura vista dai padri. È "Mito e Natura - Dalla Grecia a Pompei" la grande mostra inaugurata a Palazzo Reale sul tema della natura vista da greci e romani. Come in un set teatrale sono esposti capolavori di duemila anni fa che rivelano una sorprendente modernità. È una efficace collaborazione tra sovrintendenze, università e musei. TRA FLUTTI e nembi rigonfi, sembra un cielo romantico alla Turner ma è racchiuso in un piccolo frammento dalla Villa della Grotta di Catullo a Sirmione, un paesaggio dai blu striati e tumultuosi affrescato con scene di pesca (fine I secolo a.C.- inizio I d.C.). Seguono nature morte che parlano di astrazione e malinconia alla Morandi e alla De Pisis, ma hanno compiuto un viaggio di duemila anni che parte da Pompei ed Ercolano. E poi alcune finestre sulla natura. Hanno la sintesi e il realismo d'incanto del Doganiere Rousseau, ma sono impresse in trompe l'oeil lontani nel tempo: i tre dipinti giardino della Casa del Bracciale d'oro di Pompei (30-35 d.C), esposti nella grande mostra appena inaugurata a Palazzo Reale, "Mito e Natura Dalla Grecia a Pompei", rassegna sul tema della natura visto dai nostri padri, greci e romani. La mostra, organizzata da Electa con il volano di Expo, è un'efficace operazione di collaborazione tra soprintendenze (Basilicata, Puglia, Pompei, Ercolano e Stabia), università (Salerno e Milano) e musei (da Taranto a Napoli). A dimostrazione che attorno a un progetto scientifico si può far sistema e soprattutto si possono valorizzare e comunicare capolavori di stupefacente modernità troppo spesso dimenticati. Il viaggio inizia dalla ceramica attica con vasi, anfore, crateri e piccoli frammenti marmorei. Qui la natura è raccontata dai Greci solo per metafora attraverso la figura, tra divinità e mito (Demetra è il grano, Atena l'olio, Dioniso il vino). «È il teatro delle azioni umane spiega Angela Pontrandolfo, curatrice con Gemma Sena Chiesa Non esiste senza l'uomo. I suoi elementi ci appaiono come divinità o figure mitologiche, ma anche come elementi cosmici». La prima sala si articola in un corridoio circolare. «In questi tempi eroici lo spazio della natura è ancora stretto tra terra e acqua» spiega l'architetto Francesco Venezia, autore di un allestimento come un set teatrale scandito in scene (reduce da un'altra impresa, la mostra "Pompei e l'Europa" al Museo archeologico di Napoli). Sul lato interno, un monolite in acciaio corten simboleggia la roccia, la terra con nicchie che svelano i primi reperti. Il lato esterno, invece, dipinto in un grigio-verde inafferrabile, suggerisce l'acqua, il mare omerico, l'oceano sconosciuto. I soggetti marini sono navi, delfini, pescatori, pesci. C'è una scena oscura di un naufragio dipinta sul Cratere euboico (Piteusa-Ischia, 725-700 a.C.), dove un uomo scheletrito è destinato a fauci di creature spaventose. E poi c'è una festa di colori per le Nereidi su mostro marino (Ascoli Satriano, seconda metà IV secolo a.C.). Questo marmo dipinto era stato rubato, o acquisito da scavi illegali, ed è stato restituito dal Getty di Los Angeles solo pochi anni fa. Segue il coperchio della "Tomba del tuffatore" di Paestum (480 a.C.), capolavoro metaforico dell'aldilà. La sua composizione spoglia, dai colori algidi (verde, azzurro) ospita un uomo atletico, due alberi ondivaghi e un trampolino, come il modulo di un'architettura moderna. «Protagonista è il mare, simbolo di vastità ignote, in cui il tuffatore s'immerge» racconta Venezia nel definirne l'allestimento. La lastra infatti si mostra ancora collocata in una struttura metallica a perni, come ha viaggiato. Lasciata a vista, la sua cornice brutalista che la protegge e sospende, concilia esigenze estetiche e di tutela, quasi a voler pacificare le lunghe polemiche sul prestito di un'opera che finora è stata trasportata una volta sola, 20 anni fa a Venezia, a Palazzo Grassi. E il racconto della mostra procede per capitoli eterogenei. La seconda sala ci appare come una foresta spoglia, la terza è un giardino pergolato in travertino, con stanze e cubiculi che vi affacciano, tra marmi, affreschi staccati e corone d'oro. Siamo in epoca romana e irrompe la rappresentazione realistica della natura, concepita come luogo di delizie, Otium, ma anche elemento decorativo e poi arriva il paesaggio, la natura morta. «Nulla ha fatto l'uomo che non sia nell'antico», conclude Venezia che ha disegnato anche un déhor come un Viridarium e una sala-omaggio a De Pisis. «Perché quelle forme si rinnovano e parlano ancora oggi la lingua del presente».