Cristina Acidini Ex Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze In questi tempi di gran caldo, si sente spesso parlare di temperatura «percepita»: non quella che segna la colonnina di mercurio, ma quella che registra l'organismo. E qui si passa dalla sfera di oggettività delle misure, abbastanza garantita dalla famosa colonnina, all'ambito vasto e infido delle sensazioni soggettive, a cui contribuiscono condizioni microclimatiche sia generali sia individuali: il tasso d'umidità, la velocità e la direzione del vento, lo stare all'aperto o al chiuso, al sole o all'ombra... Ecco, con le polemiche sulle chiusure dei musei e siti archeologici in orario d'apertura che rinverdiscono un tema ricorrente da anni si entra nella soggettività del percepito. Poco importa la realtà della situazione. Può trattarsi di un'assemblea alla quale il personale ha diritto secondo i parametri normativi vigenti, autorizzata dal dirigente (e pare, a leggere il Fatto Quotidiano di ieri 28 luglio, che il recente episodio a Pompei rientri proprio in questo caso): ma viene interpretata e presentata all'opinione pubblica come uno sciopero non annunciato, o comunque, un'improvvisa interruzione del servizio. Da qui il disappunto dell'utenza per il «disservizio percepito» e le invettive dei politici. A percezioni analoghe dà luogo la chiusura di musei e siti negli unici tre giorni stabiliti dalle norme vigenti (primo gennaio, Primo maggio, 25 dicembre), laddove non sia possibile aprire con i progetti del Ministero dei Beni culturali, basati sull'adesione volontaria, perché il personale non aderisce in misura sufficiente. A fronte dell'ennesima polemica, nel 2013 scrivevo sul sito del Polo Museale: «Occorrono dei cambiamenti alle regole: anzitutto, bisognerebbe che fosse abolita o modificata la norma che stabilisce i tre giorni annui di chiusura dei musei statali, rendendo obbligatorio il servizio, come accade per i trasporti o per gli ospedali. Per fare questo occorre includere i musei tra i servizi di prima necessità». Ma i miei sondaggi in ambito prefettizio per capire se c'erano margini per considerare i luoghi della cultura alla stregua di servizi essenziali, reiterati nell'arco degli anni, hanno sempre dato esito negativo. In questi giorni il ministro Graziano Delrio solleva meritoriamente la questione. Ma Beppe Severgnini si mostra scettico e come rassegnato, e questo un po' mi sorprende da parte di un commentatore così attento e sensibile. E dunque? Il nostro Paese, nel suo complesso di istituzioni e cittadini, deve decidersi. Se affida la propria immagine (e una quota interessante del Pil) all'accoglienza vera e percepita di un vasto pubblico internazionale di visitatori nei musei e siti, deve mettere a punto regole specifiche, che riconoscano alla fruizione certa e continuativa di questi luoghi un carattere di essenzialità irrinunciabile. Sarà, poi, cura dei responsabili applicare le regole correttamente.