Tre piani su un sito archeologico vicino via Lanza di Scalea Il gip ordina nuove indagini per accertare responsabilità eventuali in Comune Una palazzina di tre piani abusiva costruita su un qanat nella zona di via Lanza di Scalea e con le tubature collegate al sistema idrico arabo-normanno. È su questa palazzina che il giudice per le indagini preliminari Marina Petruzzella vuole vederci chiaro e ha rigettato per la seconda volta la richiesta di archiviazione avanzata dalla procura. Le indagini sulla palazzina abusiva, già segnalata nel 2007, andranno avanti. Il giudice pone l'accento sulla importanza «storica e archeologica » del qanat e nel provvedimento riporta il decreto dell'assessorato dei Beni culturali della Regione in cui viene fatto «divieto di adibire l'area ad usi non compatibili col carattere archeologico ». Eppure quella struttura, per la quale è stata chiesta una sanatoria nel 1986 e ancora in piedi, conta tre piani di 160 metri quadrati, e insiste sul qanat Scalea I, come indicato nella mappa sotterranea della città. È una palazzina nel verde a pochi passi dallo Zen. Ma proprio l'indagine sull'immobile abusivo sa di beffa. Nonostante alcune fotografie, agli atti già dal 2011, mostrano tubature di plastica arancione e bianche collegate al qanat, dall'informativa consegnata al pm, risulta che la Sovrintendenza dei Beni culturali ha messo nero su bianco che «le opere non hanno arrecato danno al bene tutelato». «Un dato singolare della vicenda», scrive il giudice Petruzzella. Nell'informativa della polizia municipale, però, sono state annotate alcune opere abusive di collegamento idraulico al qanat, oltre a una serie di pozzetti che a dire degli abitanti insistono su fosse per il trattamento dei liquami ma sulle quali scrivono gli investigatori non si è indagato per accertare scarichi contaminati. Il giudice ha rilevato l'assenza dell'intervento del Comune e della Sovrintendenza per gli abusi edilizi e urbanistici, la violazione del vincolo culturale e il mancato rispetto delle procedure relative alla sicurezza. Nell'ordinare nuove indagini il giudice precisa che «la violazione urbanistica e quella del vincolo archeologico sotto il profilo amministrativo non è soggetta a termini di prescrizione» e quindi ribadisce «l'obbligo di Comune e Sovrintendenza di intervenire ». Il gip rigetta l'istanza di archiviazione perché la richiesta «non esprime alcun genere di valutazione sulle ripetute omissioni degli obblighi di legge degli uffici tecnici del Comune » e va giù duro parlando di «inerzia da parte del Comune e della Regione». Sollecita inoltre che venga accertato lo stato effettivo del qanat, la funzione dei pozzetti, se il sito è stato ripristinato dagli uffici competenti. E se così non fosse «il pm dovrà individuare i responsabili dell'ufficio tecnico del Comune di Palermo che non hanno esercitato i poteri ripristinatori in relazione agli abusi edilizi ».