Claudio Parisi Presicce Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali Il sovrintendente sulla polemica per la ricomposizione delle colonne al Tempio della Pace Caro Direttore, nel mese di febbraio di quest'anno è iniziata la ricomposizione di sette colonne lungo uno dei lati del quadriportico che circondava il Templum Pacis, costruito dall'imperatore Vespasiano e meglio noto come Foro della Pace. Il lavoro scaturisce da una lunga fase di indagini e di studi, che ha avuto inizio nel 2006, quando fu approvato un finanziamento specifico nell'ambito dei fondi destinati a Roma Capitale. Il progetto ha avuto tutte le autorizzazioni previste dalle norme di legge ed è passato positivamente, nell'ultimo decennio, al vaglio di due diversi Soprintendenti di Stato, di tre successivi Sovrintendenti Capitolini e di due Commissioni miste Stato-Comune. A ben guardare, alcuni giornali salutarono con favore il proposito di ricomporre e rialzare le colonne fin dal momento della scoperta. I pezzi di fusto in granito sono stati rinvenuti in occasione della ripresa degli scavi archeologici ai Fori Imperiali avviata a partire dalla metà degli anni Novanta. Negli ultimi tempi, però, sono stati sollevati alcuni dubbi sull'intervento, scegliendo di far conoscere le diverse opinioni attraverso i giornali e non attraverso i consueti canali del dibattito scientifico. Il tema della contesa ha a che fare con due aspetti diversi, che devono restare ben distinti per non ingenerare confusione in coloro che vogliano farsi una loro opinione. Il primo aspetto riguarda la scelta di ricostruire il colonnato, il secondo il metodo adoperato per la ricostruzione. Per comprendere l'architettura antica non basta conoscere il disegno delle forme, occorre recuperare l'articolazione degli spazi. Lo spazio è un volume definito da diaframmi di materiali diversi, che separano l'interno dall'esterno. L'architettura antica, dunque, coincide con la forma dello spazio, che ne definisce le funzioni. È questa la ragione per cui, quando lo stato di conservazione lo consente, si tende a ricostruire l'elevato dei monumenti antichi: comprendere i volumi e restituire le funzioni. Un portico è uno spazio coperto semiaperto, sopraelevato dal terreno mediante uno o più gradini, dove la luce entra senza discontinuità. Un portico ha un muro di fondo e un colonnato antistante, che con funzione di passaggio libero si affaccia verso lo spazio esterno. Protegge attraverso la copertura, ma non separa. La ricomposizione delle colonne e la loro ricollocazione nella posizione originaria (anastilosi) è un obiettivo primario, direi un dovere, come quando si riattacca la testa o un braccio a una statua, si ricompongono i frammenti di un panneggio, si riuniscono i frammenti di un vaso rotto in più pezzi, integrandone talvolta le lacune. Tutti i musei del mondo che espongono arte classica ne posseggono alcuni esemplari e nessuno si è mai chiesto come mai quei pezzi non siano stati lasciati nel luogo del rinvenimento. Si tratta di ricomporre a unità manufatti antichi giunti fino a noi rotti in pezzi. È una scelta. Dei fusti monolitici in granito appartenenti alle sette colonne del porticato originario è stato scoperto più di due terzi dell'intero, le porzioni spezzate non sono più conservate in giacitura di crollo e oggi si trovavano avulse da qualsiasi contesto narrativo. È una scelta che ha avuto il vaglio delle autorità pubbliche competenti in materia e che ha come obiettivo la comprensione dell'architettura antica. Il metodo adoperato per l'anastilosi è quello messo in atto in occasioni analoghe, per esempio negli elementi sia verticali (colonne) che orizzontali (architravi) degli edifici restaurati di recente sull'acropoli di Atene. Per ricondurre a unità elementi architettonici spezzati è sempre necessario ricorrere a un'anima metallica, che restituisca compattezza alla pietra e scarichi il peso al suolo. L'armatura interna e i tiranti sono poi rivestiti con materiali che di volta in volta possono essere di diversa consistenza. Nel Partenone di Atene, dove le colonne sono a rocchi e non intere, sono state adoperate due differenti integrazioni: o cemento bianco o pietra analoga all'originale, tagliata seguendo il profilo delle lacune. Al Tempio della Pace, non potendo disporre di granito «nuovo» sono stati usati impasti di malta reversibili, calibrati nella consistenza e nel colore sull'esistente. Le basi di sostegno delle sette colonne sono appoggiate su isolatori sismici appositamente per assorbire le eventuali scosse progettati in base alle normative vigenti (la recinzione dell'area non è un'alternativa). Di esse è conservato un solo frammento con parte dell'articolata forma curvilinea originaria; perciò il loro profilo è stato ricostruito in materiale inerte sulla scorta di elementi analoghi del medesimo periodo. Le basi sono fissate all'armatura metallica di un letto in cemento, parzialmente asportato, che era stato realizzato in precedenza nei vuoti del piano di appoggio (stilobate) del porticato, laddove in corrispondenza delle colonne aveva plinti in materiale più duro (travertino, asportato dopo il crollo). Insomma, caro Direttore, cemento ai fori Imperiali e cemento sull'acropoli di Atene. Ma siano sicuri che è veramente questa la ragione della polemica?
Cemento ai Fori e cemento all'Acropoli
Il sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali, Claudio Parisi Presicce, ha iniziato la ricomposizione delle colonne del Tempio della Pace a Roma. Il lavoro è stato iniziato nel 2006 e ha avuto il vaglio di diverse autorità pubbliche. La scelta di ricostruire il colonnato è stata oggetto di polemica, con alcuni critici che sostengono che non è necessario. Il metodo adoperato per la ricostruzione è stato descritto come simile a quello utilizzato negli edifici restaurati di recente sull'acropoli di Atene. Le colonne sono state ricostruite utilizzando un'anima metallica e tiranti, e le basi di sostegno sono state fissate all'armatura metallica di un letto in cemento.
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