RO (Ferrara) - MANCA soltanto l'invocazione, «Dio ti salvi». Lazzaro Sacerni, il patriarca de «Il mulino del Po»,l'aveva scritta sopra la macina, per invocare la protezione del cielo. Ma tutto il resto è pronto, al mulino San Michele e la macina ha cominciato a girare, spinta dalla corrente che da secoli è una grazia di Dio. «L'acqua del Po - scriveva Riccardo Bacchelli - senza costare un baiocco, tanto rende quant'uno ne prende». Farina gialla per la polenta, farina bianca per il pane. TORNA a vivere «II mulino del Po» raccontato dallo scrittore bolognese. Lo hanno costruito gli ultimi maestri d'ascia, in legno robusto. Il tetto, comeuna volta, èfat-to con le canne di palude. «Senza mulini sull'acqua dice il sindaco di Ro, Filippo Parisini avevamo perso un pezzo della nostra storia e della nostra identità. Il San Michele racconterà a rutti, ma soprattutto ai ragazzi, come vivevano i loro nonni in questa terra». Si capisce presto, come si viveva da queste parti. «Festa della Miseria», c'è scritto su un cartellone che annuncia la sagra del paese. «Fino agli inizi del - 900 racconta la professoressa Fiorella Dall'Olio qui nemmeno la terra era ferma. Ogni tanto il Po se ne prendeva una fetta. E allora, per braccianti, contadini, mezzadri e pescatori, già polenta e aringa erano un lusso. Si facevano frittelle con i fiori del sambuco e si cercavano i «bruscandul», gli asparagi selvatici, per dare un sapore alla minestra». Riccardo Bacchelli ha scritto «II mulino del Po» fra il 1938 ed il 1940, mentre stava scoppiando l'ultima guerra. Per conoscere il fiume ed i mugnai si fermava per ore sugli argini e nelle golene, impegnato nella raccolta di storie e leggende. Si faceva poi ospitare dal senatore Emilio Arlotti, e assieme a lui si trovavano in villa Beniamino Gìgli e il pittore Filippo De Pisis. Il senatore era orgoglioso di offrire anche la polenta macinata dal suo mulino, l'ultimo costruito sul Po, nel 1929. Il mulino Arlotti ha resistito fino al 1944, quando fu distrutto durante un'incursione aerea. Nel 1873 sui fiumi del ferrarese c'erano 173 mulini natanti. «I molinari dice la professoressa Fiorella Dall'Olio erano gente speciale. Più ricchi dei braccianti, senza dubbio, ma con una vita altrettanto grama. Dovevano vivere sul fiume, sempre, per lavorare e per fare la guardia. Il mulino era anche la loro casa e non potevano nemmeno cucinare a fuoco vivo per non incendiare una struttura di legno e canne. Cuocevano le piade o il pesce di fiume fra due pietre scaldate sulle braci». Tasse in ogni luogo e per tutti. «Ogni cento giri di ruota scattava un balzello. I contadini che arrivavano qui dovevano passare sulponte dei «Tre occhi», chiamato ancora oggi il ponte dell'Abbondanza perché vi passavano carri colmi prima di frumento e poi di farina, e ogni volta dovevano pagare una tassa. Ecco, come Centro Riccardo Bacchelli vogliamo rivivere tutte le storie raccontate dallo scrittore. Partiamo da qui, dal mulino ricostruito dal Comune con un finanziamento della comunità europea. In bicicletta andiamo a vedere i luoghi del romanzo, come la chiesa della Guarda, «che volta le spalle alla parrocchia e ai parrocchiani... il grosso delle case si raggruppò dietro la chiesa, via via che il fiume serrava più da vicino; ed essa parve che le coprisse, umili, come la chioccia i pulcini, avvistato il falco». Girando in questo «Parco letterario» portiamo i turisti alla Vallazza, che per Bacchelli era «villa Cattarusco». E' un fabbricato enorme e soprattutto alto, dove i contadini ammassavano il grano per salvarlo dall'acqua in caso di alluvione». Sarà inaugurato domenica, il nuovo San Michele. «I mulini fluviali, sciolti e mobili. scriveva Bacchelli eran destinati dalla forza delle cose a portare una liberta, e dei mugnai e dei clienti, che promuoveva franchigia dalla servitù del mulino feudale». «Macineremo il grano delle nostre terre dice il sindaco Filippo Parisini e venderemo la farina a chi verrà qui al mulino risorto. Nel fiume, con un gesto che è anche un'invocazione, libereremo anche tre piccoli storioni, nati in un allevamento, perché oggi il Po è infestato dai pesci siluro». Lazzaro Sacemi, il mugnaio di Bacchelli, catturava gli storioni ed i lucci. «Immobile come una polena, tanto che la s uà ombra in acqua ingannava i pesci, aspettava conia fiocina brandita a mezz'asta. Gli storioni erano grandi e prelibati... I lucci buoni in salsa di prezzemolo e d'aceto». Meglio venire alla sera, al mulino del Po, quando «si leva la luna pigra e curiosa». Nel silenzio si potranno immaginare Lazzaro ed i suoi garzoni, «Malvasone, tardo e forte come un bue, una robusta e onesta pasta d'uomo» e «il Beffa, con faccia torva e sciagurata». Si vedrà Desolina, la donna del mugnaio. «Dosolina non far tanto la granda perché 1 tuo padre non è " 1 re di Francia». Donne e uomini forti, capaci di liberare il mulino dagli ormeggi e proteggerlo in golena «quando la piena arrivava rabbiosa, mugliando che neanche mille tori». Quando l'acqua tornava tranquilla, tornava pure la voglia di cantare. «E tua madre non è la regina non far tanto la granda, o Dosolina».
Ritorna il Mulino del Po
Il mulino del Po, un romanzo di Riccardo Bacchelli, è stato ricostruito a Ro, in Ferrara, grazie a un finanziamento della comunità europea. Il mulino era stato distrutto durante la seconda guerra mondiale e il suo costruttore, il senatore Emilio Arlotti, aveva resistito fino al 1944. Il mulino era stato un luogo importante per i mulinari, che vivevano sul fiume e lavoravano con la corrente dell'acqua. I mulinari erano considerati gente speciale, con una vita altrettanto grama di quella dei braccianti. Il mulino era anche la loro casa e non potevano cucinare a fuoco vivo per non incendiare la struttura.
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