La scoperta di Ebla, grande centro urbano fiorito tra il 2600 e il 1600 a.C. nel cuore della Siria e dei suoi archivi reali compiuta da Paolo Matthiae è stata la più importante del secondo '900. Del significato storico di quel suo straordinario ritrovamento che ha rivoluzionato la nostra conoscenza dell'antica Mesopotamia l'archeologo de La Sapienza ha scritto in importanti saggi come Ebla, la città del trono (Einaudi) e Gli archivi Reali di Ebla (Mondadori università). Ma il suo lavoro non è stato solo di studio. Nel 2010 stava gettando le basi del parco archeologico mentre già si parlava della nascita del nuovo museo di Ebla quando l'acuirsi della crisi siriana ha bloccato tutto. Negli ultimi mesi si è parlato molto dell'attacco dell'Isis a Palmira e su left abbiamo raccolto le voci di archeologi in prima linea in Iraq per difendere il patrimonio artistico dalla furia distruttrice dei fondamentalisti. Ma il quadro di quanto sta accadendo in Siria appare ancora sfocato e frammentario. Per questo ci siamo rivolti al maggior esperto di quell'area che ci ha generosamente aperto il suo studio. Professor Matthiae qual è l'entità del danno oggi e quali sono le aree più a rischio? I danni al patrimonio culturale mondiale sono gravi e potrebbero diventare gravissimi. Come hanno disperatamente denunciato le autorità culturali di Damasco e molte organizzazioni culturali. I rischi maggiori vengono dall'incremento di scavi clandestini e dal fatto che siti storici importanti sono stati usati come sedi di comandi o di distaccamenti militari offrendosi ad attacchi e bombardamenti. E poi, come sappiamo, ci sono state distruzioni di monumenti e di opere di grandissimo pregio, compiute da gruppi fondamentalisti in nome di un rigorismo religioso d'ispirazione salafita. Gli scavi clandestini, non più occasionali, ma organizzati su commissione e protetti da bande armate, hanno già portato devastazioni negli importantissimi siti archeologici di Apamea, Palmira, Dura Europos di età greco-romana, ma anche in siti delle culture preclassiche, come Mari sull'Eufrate e Ebla stessa nella regione di Idlib. Siti storici di ineguagliabile fascino e valore architettonico, come il Krak dei Cavalieri e la Cittadella di Aleppo hanno subito danni gravissimi. Ma gemme dell'architettura islamica, come la Moschea Khosrofiya ad Aleppo di età ottomana e il minareto medievale della Moschea degli Umayyadi, siano andati completamente distrutti. Che cosa rischia l'antica Palmira? Rischia gravi danni al suo spettacolare campo di rovine dell'età imperiale romana. È uno dei luoghi archeologici più suggestivi al mondo. La sua distruzione sarebbe una catastrofe di gravità estrema. Non a caso l'Unesco e il Consiglio di sicurezza dell'Onu hanno denunciato queste distruzioni come crimini di guerra contro l'umanità. L'impero Ottomano è stato a lungo tollerante verso altre culture, l'arte di Istanbul lo testimonia. L'Andalusia è un altro esempio. Mentre Qusayr 'Amra in Giordania dimostra che nella primissima fase l'arte islamica aniconica conviveva con quella di altre tradizioni figurative. Cosa ne pensa? Penso che una pazzia antiumanistica, sorretta da un fanatismo religioso estremistico, percorre oggi una parte certo minoritaria, ma non insignificante del mondo islamico, anche come conseguenza di infiniti errori compiuti dalle maggiori potenze dell'Occidente nell'ultimo secolo e a seguito del sostegno, equivoco ma consistente, di ricchissimi Paesi arabi. Sono innumerevoli le testimonianze della tolleranza di governi e potentati islamici, verso le opere e i monumenti del passato. C'è una siderale distanza tra le concezioni profondamente umanistiche di quei governanti e di quei dotti della legge coranica e dei fanatici che oggi distruggono non solo monumenti pagani, ma anche opere architettoniche erette da magnati di fede islamica per commemorare grandi uomini dell'Islam, perché ritenuti incitamenti a un sostanziale politeismo. L'impero Moghul in India, retto da imperatori di fede musulmana, è forse, in assoluto, il massimo esempio mondiale di tolleranza di fedi diversissime, di promozione di tutte le arti, di favore indiscriminato per tutto ciò che l'uomo è capace di creare in quanto questa straordinaria capacità umana era sentita come uno dei doni più mirabili attribuiti all'uomo da Dio. Perché secondo lei i fondamentalisti dell'Isis distruggono reperti dell'antica Mesopotamia, cosa vorrebbero cancellare dalla storia? È certo un paradosso che l'Isis, al tempo stesso o alternativamente, distrugga e promuova la vendita di beni archeologici. Da un lato annienta le opere che potrebbero incitare all'idolatria, dall'altro, facendone smercio esalta e diffonde quelle stesse opere. La distruzione dei monumenti e delle opere che, secondo i salafiti, incitano all'idolatria, cioè a qualunque tipo di religiosità che possa indebolire il fortissimo senso dell'Assoluto della fede islamica e la sua struttura monoteistica, priva di ogni possibilità di compromesso, si spiega nell'ambito di questa interpretazione estremamente rigorista e fanatica, intollerante ed esclusivista, dell'Islam. Né può destare troppa meraviglia se solo si pensa all'ecatombe di opere d'arte di straordinario pregio che furono distrutte con accanimento tra gli anni di Costantino il Grande e di Teodosio nei decenni in cui tramontava l'Impero di Roma e dell'assunzione della fede cristiana a religione dell'impero. Per una fede monoteista intransigente e intollerante, tutto ciò che precede la rivelazione divina della propria religione, è un'epoca di tenebre che si oppone all'epoca della luce apportata dalla rivelazione appunto. E quindi, in questa prospettiva, tutto ciò che esalta il paganesimo, ritenuto falso ed odioso deve essere distrutto. Certo l'Isis non opera nel VII o VIII secolo d.C. quando peraltro, dovunque, i grandi conquistatori arabi di metà dei resti dell'Impero di Roma si comportarono in modo assai più tollerante e magnanimo dei loro barbari epigoni odierni, e quindi non si può escludere che altre motivazioni siano presenti in queste decisioni inaccettabili di annientamento del patrimonio culturale. Tra queste, si possono indicare, da un lato, la convinzione che il rispetto e quasi la sacralità del patrimonio culturale è qualcosa che ha avuto origine nell'esecrato mondo dell'Occidente e, dall'altro, la considerazione che le popolazioni di Iraq e di Siria per tornare all'originaria fede islamica "pura" dei decenni dei Califfi ortodossi devono cancellare la memoria del loro passato secolare. La distruzione talebana dei Budda del Bamyan, il saccheggio del museo di Bagdad, le ferite inferte dall'Isis ai tesori di Nimrud e di Ninive e poi alla tomba del profeta Giona, a reperti cristiani e sufi in Siria. Un filo rosso unisce questi attacchi? C'è senz'altro un filo rosso che collega tutte queste inammissibili atrocità contro il patrimonio culturale mondiale proprio per l'estrema, totalitaria, indiscriminata intolleranza degli estremisti fanatici e per altri motivi a cui accennavamo prima. L'epopea di Gilgamesh per secoli non è stata conosciuta in Europa, mentre si ricordano Serse e Dario perché combattuti da Alessandro Magno. Quando Umberto Curi scrive che la Grecia non era la culla della democrazia, ma una società fondata sugli schiavi e che escludeva le donne, ne offre un quadro più veritiero? Le democrazie dell'Occidente, certo tanto diverse da quella del mondo greco hanno iniziato a percorrere un lungo e lento cammino di realizzazione dopo la rivoluzione francese e la diffusione di alcuni suoi principi con le armate di Napoleone. L'affermazione delle nazioni europee ha trovato legittimazione ideologica tra Classicismo e Romanticismo, quando massima fu l'idealizzazione della civiltà greca nel mondo occidentale. Pensiamo a Winckelmann, a Goethe e a Hölderlin. Dal mondo classico noi abbiamo ereditato l'interpretazione che, prima, la Grecia si oppose alla barbarie con le guerre persiane e, poi, Alessandro fece trionfare l'Occidente civilizzato sull'Oriente barbaro. L'Occidente ha sempre adottato questo schema interpretativo sia che si trattasse delle guerre di Roma contro i Parti o i Sasanidi o di Bisanzio contro i Barbari in Occidente e poi contro gli Arabi e i Turchi in Oriente. Non c'è dubbio che rispetto al modo di pensare di oggi, molti sono gli aspetti inammissibilmente negativi della civiltà greca e romana. Ciò che è gravissimo è la prospettiva ossessivamente "eurocentrica", tipica di tutti gli ordinamenti delle scuole dell'Unione europea: per cui di ciò che non appartiene alla tradizione greco-romana eo giudaico-cristiana è accettabile solo ciò che preannuncia o condivide valori di quelle due tradizioni, mentre ciò che è estraneo, o è sentito come estraneo, non solo è privo di interesse, ma è negativo e è un disvalore. Per questa via tutto ciò che riguarda buona parte dell'Islam, la Cina, l'India, le culture originarie dell'Africa, le civiltà pre-colombiane delle Americhe non sono, di fatto, che disvalori per l'Occidente. Lei ha formato nuove generazioni di archeologi in quei territori minacciati. Non potendo più lavorare con loro da quando la crisi siriana è degenerata. Cosa è possibile fare per aiutare quegli archeologi e funzionari siriani e iracheni che oggi rischiano la vita per difendere reperti che sono patrimonio dell'umanità ? Dopo la fine di queste crisi gravissime l'archeologia orientale diverrà certamente qualcosa di diverso da quella che hanno conosciuto e praticato gli studiosi della mia generazione. Che cosà sarà è difficile dire, ma è certo che in tempi relativamente rapidi il suo carattere post-coloniale si accentuerà e il mio auspicio è che, in luogo dell'unilaterale lettura prodotta da Europa e Usa, si affermino sistemi interpretativi arricchiti da esperienze maturate nelle università e nei centri di ricerca di Paesi extraeuropei e in particolare dei cosiddetti BRICS. Intanto, però, dobbiamo sostenere, senza alcuna discriminazione ideologica o politica tutti i siriani e gli iracheni che si prodigano a favore del patrimonio culturale del loro Paese, senza intenti speculativi, ma solo per salvaguardare ciò che rischiano irreparabilmente di perdere. Borse di studio, facilitazioni nelle pubblicazioni, collaborazioni, agevolazioni nell'accesso ai dottorati sono alcune delle azioni che possono aiutare giovani che si trovino fuori dei loro Paesi, perlopiù sempre in situazioni difficili. Molto più complesso è fornire aiuto tangibile a chi sono tanti - è impegnato a rischio della vita a proteggere ciò che resta del patrimonio di Siria e di Iraq. Anche in questo caso, sia su base solidaristica, sia su base governativa, si deve tentare ogni strada che permetta di sostenere questi sforzi eroici e talora disperati per il salvataggio di opere, monumenti, siti che sono parte integrante dell'identità di quelle popolazioni di Siria e di Iraq, ma sono anche e soprattutto patrimonio universale.
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25 Luglio 2014
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Simona Maggiorelli
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Bene culturale
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