Dopo l'input del capo della polizia Pansa, controlli discreti ma rinforzati a Firenze per l'opera La presenza degli agenti, in borghese, è praticamente impercettibile: niente che possa destare preoccupazione fra i turisti in visita nella residenza storica dei granduchi di Toscana. Eppure, da qualche giorno, la polizia ha potenziato la sorveglianza su Palazzo Pitti, in quanto potenziale bersaglio del terrorismo di matrice islamica. L'input di tenere sotto stretto (ma discreto) controllo il complesso museale dell'Oltrarno, che attrae ogni anno oltre un milione di visitatori, è arrivato direttamente dal capo della polizia Alessandro Pansa il quale, lo scorso 7 luglio, ha inviato ad alcune questure, tra cui quella di via Zara diretta da Raffaele Micillo, una nota riservata contenente un elenco di musei e altri luoghi d'arte che l'Isis potrebbe aver messo nel mirino: motivo, il ciclo degli affreschi di Giovanni da San Giovanni in cui viene raffigurato Maometto II. Un segnale di allerta potenziale, quello proveniente da Roma, non di allarme specifico. Ricevuta la nota di Pansa, il potenziamento della sorveglianza in borghese a Palazzo Pitti da parte della digos fiorentina è cominciato subito ed è tutt'ora in corso. Tanto più dopo l'esplosione dell'autobomba davanti al consolato italiano al Cairo, l'11 luglio, e il rapimento, tre giorni fa, di quattro tecnici italiani in Libia. A Firenze segnalano gli analisti del dipartimento di pubblica sicurezza - i seguaci di Al Baghdadi non troverebbero vere e proprie "decorazioni e raffigurazioni di Maometto", di cui in città non v'è traccia se non quella letteraria delle note terzine dantesche (Inf. XXVIII). Piuttosto, i fanatici dell'Isis potrebbero mettere gli occhi sulle "scene dei trionfi degli eserciti cristiani", sulle battaglie crociate, insomma sulle raffigurazioni ideologiche anti-musulmane. Queste sì, presenti a Palazzo Pitti. Come l'affresco de "La Conquista di Bona", nell'omonima sala, dipinto da Bernardino Poccetti tra il 1608 e il 1609 e commissionato da Ferdinando de' Medici con lo scopo di glorificare la sua famiglia: al centro dell'opera, contornata da scene di celebrazioni di vittorie contro i turchi, appare il padre di Ferdinando, Cosimo I, raffigurato come acerrimo difensore della cristianità ed erede delle imprese dei crociati in quanto marito di Cristina di Lorena, discendente di Goffredo di Buglione. Ma, soprattutto, come il ciclo di affreschi al piano terra del complesso, in una delle prime sale del museo degli Argenti, realizzati da Giovanni da San Giovanni nel 1634 e poi completati da Cecco Bravo, Francesco Furini e Ottavio Vannini. Scopo delle pitture, come spiega un pannello esplicativo all'ingresso, quello di «celebrare la Firenze di Lorenzo il Magnifico come nuova Atene delle arti e delle lettere», messe in fuga dalla guerra e dall'inciviltà. La scena sulla parete nord, in particolare, allude alla cacciata dei sapienti greci da Costantinopoli, conquistata dai turchi nel 1453: dal cielo, su una nuvola, irrompe Maometto II, ritenuto il brutale distruttore della celebre biblioteca, raffigurato con sciabola e turbante, e accompagnato da un'arpia che regge un libro con le scritte "Alco" e "Ran". Sotto, i grandi esponenti della cultura classica - tra cui Omero - che fuggono in lacrime insieme alle muse greche cacciate dal Parnaso, per trovare accoglienza nella Firenze medicea. Un'immagine che potrebbe sfuggire al visitatore disattento, o concentrato sulle vetrine del museo, in questo periodo contenenti i preziosi lapislazzuli della mostra "Magia del blu", ma suscettibile, secondo gli analisti del Viminale, di attirare le attenzioni dei terroristi.