"VOIR NAPLES ET CHANTER!" titola il settimanale francese Point de Vue , nel numero del 28 maggio scorso. È un giornale popolare che sta dietro al gossip delle teste coronate, non c'è servizio dove non compaia, in un modo o nell'altro almeno una principessa. Ed in quello dedicato alle meraviglie musicali di Napoli otto pagine di fila vi fa da spirito guida Beatrice di Borbone delle Due Sicilie, figlia primogenita di Ferdinando Duca di Castro, mamma a sua volta di due "altezze imperiali" la principessa Carolina e il principe Jean Christophe Napoléon. È lei ad introdurre cronista e fotografo a Palazzo Reale, nel Teatro di Corte di Caserta e nel San Carlo: "Le Théatre San Carlo, le berceau de la Musique Napoliteine" dice ancora un titolo, posto sopra una stupenda immagine della sala del Niccolini, firmata dal celebre fotografo d'Oltralpe David Atlan. E il Teatro che rappresenta la culla della Musica napoletana " è tuttora un gioiello, la sua scena è un faro dell'Arte lirica" afferma la didascalia, dopo averne ricordato le glorie antiche. Per noi depressi dalla lettura delle nostre miserie anche quelle del San Carlo, sempre all'ordine del giorno un articolo come questo fa l'effetto di un cardiotonico e la sua efficacia raddoppia se si considera l'occasione che ne sta all'origine: il Festival di Versailles appena concluso, che dava spazio alla Napoli del Settecento, ai suoi compositori e cantori, da Leonardo Vinci con l'opera "Catone in Utica" a Gaetano Majorano in arte Caffarelli, rivisitato dal controtenore Franco Fagioli, nome italiano, forse napoletano il suo vero cognome pare sia Fasulo ma nazionalità argentina, a suo tempo lanciato da Riccardo Muti a Salisburgo, nei cinque anni del Festival di Pentecoste da lui diretto e titolato "Napoli, la città della memoria". Val la pena di ricordare che a Versailles il San Carlo è stato in prima persona, per la riapertura del Teatro dopo il restauro, nel 1983 con un suo best seller "Il Flaminio" di Pergolesi. Ma ne deriva anche qualche suggerimento per la vita futura del Teatro, ora che l'emergenza economica e gestionale appare superata: l'articolo conferma che quel che distingue il San Carlo dalle altre "opera house" è la monumentalità e la storicità. Qualità che meriterebbero più attenzione nell'ordinario della vita del Teatro: ricordiamo che esso è conservato alla proprietà dello Stato per essere il più significativo esempio di architettura teatrale italiana neoclassica e la tutela è del ministero dei Beni culturali, che ha un proprio rappresentate nel Consiglio di indirizzo. Gioverebbe che spettatori e visitatori potessero rivedere al suo posto il Sipario storico del Mancinelli non esiste al mondo altro Teatro che conservi intatta la sua "tela" ottocentesca - che magnificamente si coordina col soffitto del Cammarano restaurato di recente e che un qualche intoppo di carattere scenotecnico tiene a riposo. Sarebbe anche opportuno che si togliesse al Palco Reale, il cui decoro è stato riportato al colore che aveva nel 1816 e descritto da Stendhal, l'onta delle sedie di plastica la foto di David Altan le tiene generosamente fuori dall'inquadratura e si restituisse dignità ai due palchi di proscenio che furono di Rossini e Donizetti, ridando un senso alle due targhe che vi furono apposte in occasione dei 250 anni del Teatro. E lasciando sempre all'ordine del giorno il problema dell'acustica da migliorare, cui si è aggiunto quello contingente dell'inadeguatezza dell'aria condizionata alle torride temperature di questi giorni, platealmente denunciato dal podio da un direttore d'orchestra, a sipario ancora chiuso sul gelo della soffitta dei quattro eroi di Bohéme; prima di ciò si potrebbe almeno ripristinare la guida rossa nei corridoi della platea, bordura elegante e funzionale che la Scala, tanto per fare un esempio, ha subito rimesso al suo posto dopo il restauro. Piccole e grandi cose, ma tutte importanti perché la "berceau della Musique Napoliteine" mostri sempre più e sempre meglio il suo splendore.