L'appello del direttore artistico: pensato per restare dieci anni Cosa fare del Padiglione Zero? «Abbatterlo sarebbe un delitto, smontarlo per rimontarlo altrove una follia». Certo, quello di Davide Rampello non può essere considerato un parere neutro. In questo spazio, di cui ha curato la direzione artistica, ha messo l'anima condividendo insieme all'architetto Michele De Lucchi, che lo ha progettato, l'idea di raccontare la storia dell'umanità attraverso il rapporto con il cibo: l'uomo che all'inizio è allevatore, agricoltore e pescatore, che poi diventa protagonista della degenerazione speculativa dei mercati e che oggi è in cerca di un'armonia. L'opera, dalle prime dichiarazioni del commissario Giuseppe Sala fino ai riscontri del pubblico, è diventata simbolo di questa Expo. E la rivista Wallpaper l'ha premiata come Best building site conferendole il Wallpaper Design Award 2015. Quindi, Rampello: cosa sarà di questo padiglione? «A noi nessuno ha comunicato nulla. Io e De Lucchi abbiamo pensato non certo ad una struttura definitiva, ma ad una che può avere dieci anni di vita sicuramente sì». L'ipotesi che venga smontato e rimontato in un'altra sede? «Sarebbe una follia, lo ripeto, perché avrebbe dei costi astronomici. Come si può pensare di smontare, trasportare e rimontare ad esempio l'archivio della memoria, un'opera monumentale nella quale è racchiuso tutto il saper fare dei maestri ebanisti della nostra Italia? E l'albero che sbuca dal tetto, come lo riproponi? E l'anfiteatro? Ma no, sarebbe impossibile». Salvare almeno alcune delle installazioni? «Beh, se vogliamo dire che gli animali in resina della stanza dell'allevamento potranno essere donati a qualche museo, oppure messi all'asta a scopo benefico o quello che si crede, possiamo farlo. Ma è l'insieme che andrebbe salvaguardato». In che modo? «Noi possiamo solo auspicare che nella prossima definizione urbanistica dell'area si consideri di mantenere questo spazio, come successo in altre Expo». Allude al padiglione italiano dell'Expo di Shanghai, di cui lei era curatore? «Shanghai aveva deciso di salvare i padiglioni considerati più belli e di impatto. Ad alcuni è stata cambiata la destinazione conservando la struttura; quello italiano è rimasto così come lo avevamo pensato ed è una sorta di mostra delle eccellenze italiane». Se si può fare, dal punto di vista delle procedure, cosa impedirebbe di salvare il Padiglione Zero? «Guardi, io credo che il problema sia tutto di volontà politica. Come si è deciso di conservare Cascina Triulza o Palazzo Italia, non vedo perché non si potrebbe fare la stessa cosa con questa opera». Che resterebbe così come è, aperta al pubblico, o pensa a qualche destinazione più specifica? «Anche qui, si tratta soltanto di mettersi d'accordo. Può essere meta di una visita per scuole o turisti, si può sfruttare l'anfiteatro per eventi, si possono usare le stanze come location di mostre o incontri culturali. Le idee non mancano».