De Masi: «L'assessore serve, vedrete che alla fine De Luca lo dovrà nominare». Testimonial Gigi D'Alessio Domenico De Masi entra con garbo e ironia ma anche con decisione nella polemica sulla cultura in Campania che, con il governatore De Luca, non ha un suo assessore in giunta. Lui stesso fu assessore regionale al turismo per ben cinque giorni, ai tempi di Bassolino. E sulla scelta di De Luca di non nominare l'assessore alla cultura dice:«Impossibile. Come si fa ad amministrare settori cruciali per la Campania come cultura o trasporti senza assessore?». E punta sul protagonismo dei giovani. «Ma no, non è possibile». Professore, invece è proprio così: l'assessore alla cultura in Campania non c'è. «Ho seguito la discussione sul Corriere del Mezzogiorno , ma non sono convinto che la situazione non cambi. De Luca non è mica uno stupido, starà solo aspettando il momento propizio per nominarne uno prestigioso». E se non lo facesse? «Impossibile. Come si fa ad amministrare settori cruciali per la Campania come cultura o trasporti senza assessore?». Domenico De Masi entra con garbo e ironia ma anche con decisione nella polemica sulla cultura in Campania. Lui stesso fu assessore regionale al turismo per ben cinque giorni, ai tempi di Bassolino. Poi cosa successe, professore? «Successe che studiai la macchina amministrativa fatta da cinquanta o forse cento persone, sfaticati e truffatori compresi, oltre alle persone perbene naturalmente». E allora? «Non avrei potuto fare buone cose con quell'apparato. E me ne andai. Credo che De Luca stia facendo più meno la stessa cosa: studia la macchina amministrativa per poi riservarci una sorpresa. Sennò non si spiega questo accentramento». Eppure De Luca è celebre proprio come accentratore. «Sì, ma la Regione Campania non è mica un Comune, non è Salerno. La nostra è una regione così disorganizzata e caotica da necessitare di un team di alta qualità e con un grande affiatamento. Quasi quasi non basterebbero Churchill, De Gaulle e Roosevelt insieme. Come può farcela De Luca?». Giochiamo a fare qualche nome: chi metterebbe al posto dei tre statisti che ha nominato? «Se c'è una forza in Campania, anche senza voler esagerare con i campanilismi, è proprio l'ingranaggio culturale. Dunque non ci sarebbe che l'imbarazzo della scelta. Anche il mio nome è circolato ma io ho subito chiarito che non ho l'età». Largo ai giovani? «Certo, magari però possono farsi consigliare da chi ha più esperienza». E dunque che consigli darebbe a un ipotetico giovane assessore alla cultura? «Che ricordi questo: la cultura in Campania è prima di tutto università. Abbiamo cinque università, tre conservatori e due accademie di belle arti. Per un totale di circa 200 mila studenti e 10 mila professori. La spedizione Garibaldi la fece con mille giovani, noi ne abbiamo molti di più». La Campania cura i suoi giovani? «Per nulla. Sono anzi indotti a scappare via. Per questo andrebbe subito creato un legame tenace e strutturale con l'università. Tenendo conto di altre realtà importanti». Quali? «75 festival, di cui undici di jazz. In Umbria ce n'è uno solo ma richiama turisti da tutto il mondo. I nostri non hanno alcuna notorietà. Sono iniziative che andrebbero agganciate agli atenei». C'è troppa dispersione? Meglio un solo evento grande invece di tanti piccoli? «Sicuramente. Dopo di me all'assessorato al turismo venne Cladio Velardi, che mi chiese un progetto sul sistema dei festival in Campania. Feci riunioni con tutti i direttori che mi sembravano d'accordo a consorziarsi. Poi non se ne fece nulla, non so perché. Io avevo pensato a sette grandi festival, uno per provincia più due a parte, ovvero Giffoni e Ravello. Ma torniamo al discorso delle università: a Fisciano ci sono 40 mila giovani. Loro sono la vera cultura, altro che San Carlo o gallerie d'arte varia... Se si offrisse loro un concerto o uno spettacolo a sera ci sarebbe una grande risposta». Per esempio? «Mi inventai a Salerno il concerto all'alba, alle 4 del mattino. Dissi tra me: questi giovani che vogliono? Mah, forse solo soffrire un po'... e così organizzai una cosa difficile da seguire e proprio per questo seguitissima». Lei è il teorico delle creatività: qualche altra idea geniale, prof? «Ne ho tante. Per esempio la Terra dei Fuochi dovrebbe diventare la terra delle eccellenze. Immagino a San Leucio un'accademia come quella di Losanna, a Caiazzo una sorta di Cheese come a Bra, a Carditello l'università del Gusto e a Caserta una piccola Salisburgo, un festival dei festival». Con quali soldi? «Ma che domanda! I soldi ci sono sempre se ci sono le idee. A Ravello ho portato due milioni e mezzo di sponsor». Lei crede davvero che ci si possa riuscire? Non si trovano sponsor nemmeno per Pompei... «Ma come se la immagina la Campania del futuro? Deve essere per forza così se vuole sopravvivere. Un altro esempio: nei borghi semispopolati della Campania si dovrebbero portare gli immigrati migliori». In che senso migliori? «Quelli che sono specializzati, hanno un lavoro, una professione. Come una fuga dei cervelli al contrario. Questi cervelli in arrivo avrebbero case e luoghi da ripopolare, meglio se a coppie». Una gentrification multietnica? «Ecco». Ma come si fa la selezione? «Questa è la cosa più semplice, io sono stato in molti di quei campi di concentramento dove chiudono gli immigrati a non far nulla. Ce ne sono di persone in gamba. Ma le mie idee non finiscono qui». Ci dica. «Bisogna avviare una scuola di management culturale, per insegnare ai giovani come si organizzano i festival». Non era passata l'epoca dei festival e degli eventi? «Macché. Anzi, sono in aumento in tutta Italia. È il modo in cui il paese ha risposto alla noia universitaria e alla trivialità della tv». La nuova generazione risponde a questi stimoli? «È la più bella generazione che abbia mai visto. Sono ragazzi che sanno le lingue, vanno a New York, fanno l'amore, non hanno inutili remore. Sono bravissimi, noi eravamo molto peggio. E vanno aiutati a tutti i costi. Sono la nostra forza». E su questo non si può non essere d'accordo.