Secondo Sebastiano Maffettone, consulente del governatore regionale, l'assessore alla cultura non serve; per questo scomoda Hobbes e il Leviatano. La serva serve, diceva invece Totò, più modestamente. Non si capisce dove porti il ragionamento contorto del filosofo (ieri sul Corriere del Mezzogiorno) che, giusto per non farci mancare niente, assurge all'inedito ruolo di "non assessore" alla cultura e non si comprende se lo è o ci fa. Perché se, come dice, ha avuto un mandato pieno, si chiamasse con il suo nome, dicesse qual è il suo portafoglio e si prendesse tempi ragionevoli per un serio programma. Se invece è un consulente, allora non è chiaro perché vada a consultare il Ministro, i funzionari e gli esperti visto che il consulente è lui. Forse Maffettone vuol dire che non serve un filosofo alla cultura e su questo lo seguiamo meglio; serve uno che conosca l'organizzazione culturale la quale è oggi una scienza con i suoi testi, i suoi studi, le sue ricerche e richiede competenze altamente specialistiche al pari della filosofia. Insomma sembra di cogliere due cose: la prima è che dio prima li fa e poi li accoppia, visto il tratto arrogante che fa il paio con il dolce "stilnovo" deluchiano; la seconda è che, tempo un paio di mesi e probabilmente Maffettone se ne tornerà in quel di Roma con il Leviatano tra le gambe. La cultura come diceva qualcuno, non è un pranzo di gala, tantomeno un G8 del Mediterraneo o cervellotici ragionamenti. La cultura è il pane quotidiano dei cittadini, è la normalità di uscire e trovare monumenti in buone condizioni, cinema sotto casa, musei e teatri aperti, mostre, biblioteche di quartiere, sale di lettura, luoghi dove si crea e si discute. La cultura non sono i grandi eventi, i soldi buttati a mare per i sogni di assessori frustrati o di funzionari vanagloriosi; non sono bizzarrie ma progetti di carne viva, idee di bellezza, di creatività. Tanto più in Campania, dove i grandi eventi (vedi per tutti il Forum delle culture) sono stati effettivamente dei Leviatani dalle mille bocche. Per questo qui più che altrove, c'è bisogno di cose normali, di un assessorato che si chiami col suo nome, di regole certe e chiare e interventi strutturali per il settore nell'intero territorio. Tutto il resto è fuffa e delle peggiori come il giochino di chiamare un consulente-non-assessore e intanto tenersi anche questa delega; e la cosa appare tanto più assurda vista la pessima esperienza salernitana dove la cultura è stata stravolta dalle chiamate di grandi firme a colpi di centinaia di milioni e il resto affidato a galoppini e incompetenti. Come giustamente ha dichiarato Lia Rumma, gran signora dell'arte internazionale, la cultura va affidata agli esperti. E infatti, pur essendo salernitana, la Rumma non ha mai messo piede nella sua città e una sedicente "Biennale d'arte" a pagamento è stata affidata a due emeriti sconosciuti. A Salerno i criteri della cultura sono stati essenzialmente tre: campagna elettorale, campagna elettorale, campagna elettorale e una città accondiscendente ha pensato che quella fosse: artisti e organizzatori della domenica, luminarie paesane, scimmiottamenti napoletani. Ma il peso dell'enorme tradizione napoletana, la ricchezza regionale di siti e beni, l'articolazione delle imprese teatrali e degli operatori (cinema, editoria, etc) non richiedono trucchetti bensì un assessorato autorevole in grado di riequilibrare le risorse e di collegare la cultura ad infrastrutture materiali e immateriali. Dalla stagione di Bassolino, al Madre, al Forum delle Culture, al Napoli Teatro Festival, allo Stabile, ai programmi europei, dove sono passati notevoli flussi di denaro, il napolicentrismo ha fatto il suo tempo e oggi bisogna rovesciare il discoro e portare Napoli al centro dei territori, le sue scuole pittoriche e musicali; la sua lingua teatrale, le sue sperimentazioni nel cinema e nel teatro piuttosto che fermarsi a Eboli. Le "location" ci sono, se ne cadono a pezzi oppure sono vuote; gli operatori non mancano; i giovani sfornati dai vari Dams locali se ne stanno a spasso o partono: la cultura è quello che serve per far uscire la Campania dalla depressione in cui si trova da anni. Diceva Umberto Eco che una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è quella di gettare un'ombra di diffidenza sulle cose troppo serie. Non ci caschiamo, la cultura è una cosa troppo seria per affidarla ai Mandrake della politica o a chi non si è tappato bene le orecchie al canto della nuova sirena di Partenope.