In giro per Napoli da turisti. Con due amici in cerca di bellezze nascoste, come il Cimitero delle 366 fosse ( foto in alto ), capolavoro architettonico e utopistico di Ferdinando Fuga, l'autore dell'Albergo dei Poveri. Il degrado è evidente, ci vorrebbe un film per far conoscere il sito. La sopraelevata schiaccia i tetti dei palazzi. Accanto a un pilone il cocomeraro. Data l'incongruità rispetto al contesto della nostra monovolume senza ammaccature, passiamo per poliziotti. «Andiamo bene per il cimitero?». «Benissimo». Siamo solo dei turisti nella nostra stessa città, invece. Anche se questa periferia polverosa potrebbe trovarsi ovunque ed il cocomeraro essere un portoricano attempato. Dopo la curva a gomito, però, anche un lappone sarebbe folgorato dalla certezza di visitare Napoli. La città che rispetta i morti, in quanto ancora vivi, ma che lascia andare in malora i cimiteri storici. Paolo, che è alla guida, ha girato l'Italia in lungo e in largo prima di ritrapiantarsi in città. Eugenio, suo fratello, ha messo radici a Roma con vista su villa Ada. Sperano sempre, come me, che la città li faccia ricredere. Il cimitero delle 366 fosse fu un capolavoro di lucida follia illuministica. «Come l'Albergo dei poveri, d'altra parte. L'architetto sempre quello è». Ferdinando Fuga. La sua utopia: razionalizzare la sepoltura dei non abbienti consentendo l'inumazione ordinata dei morti secondo un criterio cronologico. Un quadrato lastricato di pietra lavica grigia. 366 pietre tombali - una per ogni giorno dell'anno, bisestili inclusi - a chiusura di altrettante bocche di fossa numerate progressivamente. 19 fosse per 19 file più 5 nell'atrio chiuso: 366. Un unicum dell'architettura europea nel secolo dei Lumi. Purtroppo le cifre incise sulle pietre tombali sono illeggibili. La vegetazione spontanea progredisce ad ogni pioggia. Il sito rischia la fine del limitrofo camposanto dei colerosi, una giungla che deborda dal muro di cinta. Non che il cimitero degli Inglesi sia messo meglio... «Dovrebbe esserci anche la famosa macchina, da qualche parte». Era concepita in modo da facilitare, con un sistema ingegnoso, trasporto e inumazione delle salme. Adesso è un covo di tetano. La realtà, come sempre, sfocia in delusione. A chi toccherà esplicitarlo per primo? A nessuno di noi. Il più sconsolato è il custode, erede di un compito tramandato da generazioni. Ci è venuto incontro. Sa apprezzare anche a distanza gli amatori, specie se amareggiati. Gli interventi di ripristino non sarebbero nemmeno così onerosi: diserbare le sconnessure della piastra, sigillarle con pece liquida... Quantificando? Un diecimila euro. La congregazione proprietaria, purtroppo, è commissariata. Il posto, d'altro canto, è sopravvissuto non per l'aura monumentale, ma grazie al suo essere un cimitero ancora attivo. Infatti un uomo e una donna vistosa sistemano dei fiori, in corrispondenza di un loculo ricavato dal muro perimetrale. I due sono intimi, sembrano in visita di dovere. I miei amici ed io, a parole, siamo dei pragmatici. «Non puoi pensare sempre a un intervento pubblico. Occorrerebbe uno sponsor privato disposto ad investirci». «Solo che il posto non lo conosce nessuno, a parte qualche storico dell'architettura». «Appunto! Prima devi valorizzare l'immagine del luogo. Ne fai il set di una produzione cinematografica, per dire...». «In effetti c'era un racconto di Daniele Del Giudice...La storia di un ragazzino che, dopo uno sgarro a dei camorristi, si rifugia qua inseguito dai sicari». Mi sono lasciato contagiare. Pianifico. Faccio nomi. «Gaetano Di Vaio è uno bravo. E' il genere di storia che lui sarebbe capacissimo di produrre». Piantiamo in asso il custode, in preda a un certo genere di furore astratto che pervade i napoletani espatriati quando rimpatriano. Di nuovo l'assolato spiazzo esterno. «...Perché no? Il sito architettonico che diventa visibile e riconoscibile grazie a un cortometraggio. A quel punto diventa più appetibile, per uno sponsor, associare il proprio marchio all'operazione di riportare in vita il cimitero». Siamo ai limiti del calembour. Ormai è diventata una gara a tre. Io: «E se lo sponsor fosse un tour operator crocieristico napoletano?». «Msc, in altre parole». «E già. Inseriscono nei pacchetti di escursioni anche l'opera che loro stessi hanno contribuito a restaurare». Tutto quadra. Il portellone della monovolume scorre. Nuovamente il soffio dell'aria condizionata. Nel paesaggio in movimento le idee sono come una scorpacciata di ciliegie. «...A quel punto il cimitero delle 366, rimesso a nuovo, me lo includi in un vero e proprio circuito tematico». «Tipo: Ferdinando Fuga e l'utopia dell'architettura a Napoli». «Bravo! Un tour che mette insieme Albergo dei poveri e cimitero delle 366 fosse». Evocato, appare all'improvviso di lato alla tangenziale. Il retro del Serraglio. Enorme, inatteso, grandiosamente crivellato. Un edificio che reclama di essere traghettato nella modernità (o, almeno, fuori dall'inutilità dov'è arenato). «A proposito: si era parlato di trasferirci il Museo nazionale». «Io avevo letto del più grande Museo del mondo...». Dalle nostre parti i progetti sembrano predestinati a diventare epitaffi di progetti. E noi tre amici al bar cosa saremmo: degli illuministi, degli illuminati, degli illusi? Non accettiamo scommesse.
Napoli. Quelle 366 fosse da salvare
Tre amici napoletani, Paolo, Eugenio e l'autore, esplorano la città in cerca di bellezze nascoste. Il loro obiettivo è visitare il Cimitero delle 366 fosse, un capolavoro architettonico e utopistico di Ferdinando Fuga. Il cimitero è stato degradato nel tempo e il suo stato è preoccupante. I tre amici decidono di pianificare un intervento pubblico per restaurare il cimitero, ma si rendono conto che ciò richiederebbe uno sponsor privato. Decidono quindi di valorizzare l'immagine del luogo attraverso un cortometraggio e un tour tematico.
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