Gli alberi al Papa Giovanni. Il polittico, gli art wall e il prato colorato prenderanno la via di Serina Quel che resta della mostra del Palma, come di un giorno al tramonto. Un senso di compitezza per le cose fatte e, insieme, di tristezza per un tempo che non tornerà, si fondono nell'attraversare le stanze vuote della Gamec. Qui c'era la Bella, qui a sinistra Le Ninfe, laggiù la Pala di Vicenza con l'allestimento che strabiliò il super ispettore della Soprintendenza veneta, Mauro Lucco. La memoria personale degli organizzatori riassembla non gli avvenimenti salienti di un'avventura durata tre anni, (come l'impresa di far uscire per la prima volta dalla Gemäldegalerie di Dresda «l'incontro tra Giacobbe e Rachele») ma i piccoli dettagli, i particolari marginali, i riverberi di azioni che adesso, con l'ultimo courier in partenza, assumono un altro valore, simbolico. Aprire una cassa «davanti alla Sacra Conversazione di Madrid capimmo di che altissima qualità sarebbe stata la nostra mostra» è il flashback di Angelo Piazzoli, segretario generale della Fondazione Credito Bergamasco non è come chiuderla. Quando anche l'ultimo capolavoro avrà fatto ritorno a casa, sano e salvo, si potrà forse conoscere il costo delle polizze assicurative, empiricamente stimate per le 35 opere esposte, con un valore 14 volte superiore alle 52 opere del Lotto, in mostra alle Scuderie del Quirinale. Ora ci sono pareti vuote, il ronzio degli avvitatori in sottofondo, fondali di cartongesso a pezzi, operai in azione continua dallo scorso lunedì. La luce che è tornata ad entrare dalle finestre, scolorisce di colpo il buio ovattato, che era stato creato. Disallestire è più facile che allestire. Più malinconioso ma senz'altro più veloce. Malevic preme. Entro il 30 luglio, le chiavi della Gamec verranno riconsegnate con migliorie a favore del locatore comunale che l'aveva concessa (gratuitamente) il 1 febbraio. Per dire: il parquet, già ammalorato dal tempo e dall'usura (e ricoperto in occasione della mostra da pavimenti intarsiati e moquette) verrà lamato e lucidato. Questione di agreement, perché così era già stato deciso in uno di momenti cruciali del percorso organizzativo, quando la mancata disponibilità di Sant'Agostino aveva rischiato di far saltare il banco. Indipendentemente dall'esito dell'evento, questo era uno dei segni tangibili che la mostra del Palma avrebbe lasciato. Un grazie sui generis, pratico, «terra a terra» alla Gamec da parte della Fondazione Creberg. E ancora resteranno come doni alla città e al territorio, gli interventi strutturali: dalle aree verdi, al potenziamento della copertura wifi, dai quadri elettrici agli spazi esterni sistemati. Anche gli allestimenti riavranno una seconda vita. I 18 tigli e l'arredo verde verranno ripiantumati nei giardini dell'Ospedale Papa Giovanni, mentre gli art wall, le strutture con le riproduzioni dei particolari delle opere, gli stendardi e l'astro turf, il prato colorato di Peter Fink, prenderanno la via di Serina. Come l'incredibile «stanza del restauro» che, passo passo, ripercorreva gli stadi del salvifico intervento della Presentazione della Vergine. Il polittico, il prossimo 30 luglio, ritornerà ad incastonarsi nella parrocchiale di Serina, in un inc redibile altare «trompe l'oeil», mentre la stanza del restauro, verrà impiantata nella chiesetta della Santa Trinità. Che a Serina, sta in via Palma il Vecchio. Qui, il genius loci del Palma verrà omaggiato (sempre il 30 luglio) con un'opera artistica. Un'onda lunga e un ponte, nemmeno troppo ideale, in un certo senso chiuderà il circolo virtuoso di una mostra che, anche grazie alla valorizzazione diffusa in ambito territoriale, ha saputo ridare alla Bergamo dell'arte e della cultura una rinnovata coscienza del proprio valore. Una consapevolezza che, nell'accostare Palma a Tiziano e Giorgione, ne ha esaltato la misconosciuta genialità. Chissà che, tra qualche tempo, non si possa dire la stessa cosa del Talpino e del Cavagna. Gli indizi, di quella che potrebbe rivelarsi come un'inedita, artistica sorpresa, portano a loro e si inerpicano su una strada impervia tra Selvino e Nembro. Ma quanti bergamaschi saprebbero dire perché proprio qui?