Che la cultura sia un motore di sviluppo, lo sanno ormai anche le pietre. Ce lo ripetono da anni quelli della Commissione europea che hanno varato programmi appositi per il settore, tra i pochi in crescita economica in tempi di crisi. Anche l'ultimo dossier di Federculture, presentato in questi giorni, pur tra le consuete criticità, e i consueti problemi del sud, individua una spesa che torna a crescere per i consumi culturali. Mentre la spesa dello Stato rimane stabile (un miliardo e mezzo dal Mibact, 406 milioni il Fondo per lo spettacolo) in compenso è aumentata la spesa dei Comuni che raggiunge i due miliardi l'anno ma sono tutte cifre esigue se si confrontano a quanto si spende in altri paesi. In Italia si spende poco e male perché non si comprende il valore economico del settore il quale si incrocia con turismo, sviluppo, occupazione giovanile. Un caso- studio è quello della nostra provincia che vale un tesoro se solo si riuscisse a progettare e programmare sul territorio con strumenti adeguati, soprattutto se si considerano i cospicui fondi arrivati nella ultima programmazione europea. Nel 2012 la Camera di Commercio di Salerno affidò all'Istituto Tagliacarne una ricerca sui Beni culturali e ne vennero fuori 900 luoghi di interesse culturale, 15 musei statali, 59 musei locali. Nello stesso periodo venne elaborato anche un Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Salerno che illustrava la ricchezza di centri storici, borghi medievali, castelli, palazzi, conventi e abbazie, testimonianze rurali, archeologie industriali. Ma lo stesso rapporto della Camera di Commercio evidenziava che mentre si era avviato un nuovo corso per l'enogastronomia e anche per l'ospitalità, restava fermo il discorso sulla valorizzazione culturale dei siti e delle stesse imprese culturali e creative (editoria, audiovisivi, moda, design, cinema e teatro). Insomma un patrimonio scarsamente valorizzato che premia i singoli enti e un indotto fatto di agenzie di spettacolo, organizzatori di eventi para televisivi, piccolo associazionismo locale, mestieranti vari che si aggirano nel sottobosco dei comuni. La stessa macchina burocratica regionale privilegia la frammentazione delle risorse e una spesa a circuito chiuso tra enti locali e organismi forti. Alle normative regionali ordinarie si accede per requisiti complessi, iscrizioni ad albi, criteri annuali; ai fondi Por Fesr si accede per bandi che nella quasi totalità hanno come destinatari i Comuni, gli Ept, le direzioni regionali dei beni culturali, le soprintendenze. L'iniziativa privata quindi, oltre a dover dimostrare una notevole capacità di orientamento, non può che sottostare alle relazioni con politici e dirigenti, dirigenti regionali che sono commissari degli Ept, funzionari che dirigono il traffico orientando, favorendo, escludendo. Insomma che fanno il bello e il cattivo tempo. Un sistema ad alta sofisticazione burocratica, impeccabile per chi elargisce, penalizzante sul piano della crescita, della creatività e soprattutto penalizzante per le nuove generazioni. I progetti si vincono attraverso trattative tra i vari apparati e in questo castello kafkiano può anche capitare qualcosa di buono, qualche esperienza indipendente e innovativa, ma sempre, in ogni caso, stagionale e altamente insicura. Basta che cambi il sindaco e la giostra ricomincia come se nulla fosse. Se si escludono infatti Giffoni e Ravello, gli Istituti culturali della provincia di Salerno si contano sulle dita di una mano e i progetti destiatari di finanziamenti offrono intrattenimento estivo ad un turismo di passaggio e di bocca buona con passerelle di vip, sfilate di moda, talk show. Il sito straordinario di Paestum con i suoi templi patrimonio dell'umanità, quando va bene ospita star come Fiorello e non interessa a nessuno confrontarsi con Epidauro o con le Orestiadi di Gibellina. I sindaci, anche nei casi migliori, si muovono per interessi locali, per scelte tra restauri e valorizzazione, spesso lasciando meraviglie varie prive di una progettualità che resti, tra un anno e l'altro. Forse un programma di formazione per gli stessi amministratori non guasterebbe, una rete dei sindaci per un progetto comune dove si accettasse l'idea che, almeno per la cultura, la politica non basta.