Gabriele Finaldi, storico dell'arte di origine vesuviana, entrerà in carica come direttore della National Gallery di Londra il 17 agosto. Intanto racconta il suo rapporto «speciale» con Napoli e dà un consiglio ai ragazzi del Sud: «Perseguite sempre le vostre passioni, anche se questo significa andar via». Nel Seicento, Jusepe de Ribera, che in seguito fu conosciuto anche come Lo Spagnoletto, dalla Penisola iberica arrivò a Napoli, dove conquistò grande fama nel mondo dell'arte e divenne padre di sei figli. Alcuni secoli dopo, Gabriele Finaldi, storico dell'arte di padre napoletano ma nato a Londra nel 1965, ha compiuto lo stesso percorso in senso inverso ed è diventato a sua volta padre di sei figli. Dopo essersi laureato al Courtauld Institute of Art nel 1989, Finaldi si è specializzato a Napoli proprio su Ribera e, dopo una prima esperienza alla National Gallery come curatore d'arte ed esperto di pittura italiana e spagnola, nel 2002 è stato nominato direttore aggiunto del Museo del Prado. E ora sta per tornare alla National Gallery, dove il 17 agosto assumerà l'incarico di direttore. Ribera fu uno spagnolo di successo a Napoli, Finaldi è un (quasi) napoletano di successo in Spagna, dove in tredici anni si è guadagnato grande considerazione e stima, ma evidentemente anche in Inghilterra. Ed è molto amato dalla stampa iberica e britannica. Se qualche anno fa El País lo consacrò come «El reinventor del Prado», colui che ha reinventato il Prado, oggi per The Economist è «Man of the moment», l'uomo del momento, e The Telegraph lo definisce «The perfect man», l'uomo perfetto. Il Times , invece, ne parla come «A family man», ponendo l'accento sul fatto che, prima che padre di sei figli, Gabriele Finaldi è il primo di otto fratelli. Ma come è riuscito un ragazzo figlio di immigrati a fare una simile carriera in Inghilterra? Che lingua parla in casa propria Gabriele Finaldi, considerato anche che sua moglie è spagnola? E che rapporto mantiene il neo direttore della National Gallery con il paese e la cultura d'origine, con gli amici e i maestri italiani? «La mia famiglia è originaria di Poggiomarino, un paese vesuviano, da dove mio padre è emigrato negli anni Cinquanta», racconta in un italiano elegante e privo di inflessioni. «Sono nato a Londra ma fin da piccolo sono stato abituato a far spesso visita ai familiari in Italia, principalmente per le vacanze estive. Però ho anche frequentato la terza media a Donnaregina presso la scuola dei padri scolopi». La famiglia, è evidente, è molto religiosa e lui ha raccolto quell'eredità culturale. E più in generale l'eredità culturale paterna: «Sono cresciuto con la musica, la cucina, le abitudini italiane, in una larga famiglia. Ogni ritorno in Italia d'estate, era un'occasione per vedere da vicino Botticelli, Michelangelo, Caravaggio». La storia di Finaldi, infatti, non è «grigia» come quella di tanti altri italiani emigrati nel Nord Europa, perché è «impregnata» di interessi e caratterizzata da una grande apertura culturale. Per esempio da ragazzo, quando frequentava il Dulwich College, per hobby suonava jazz. Direttore, i giornali spagnoli stanno scrivendo che lei dopo 13 anni sta per «tornare a casa». È così, casa sua è nella capitale britannica? «Be' sì, sono cresciuto a Londra e lì mi sono formato lavorando come conservatore». Ma che lingua parla in famiglia? «Oh, una lingua mista, non potrebbe essere diversamente. Del resto se mio padre è italiano, mia madre è in parte polacca. E avevano una scuola di lingue». A parte le questioni familiari, che rapporti ha avuto e ha con l'Italia e con Napoli in particolare? «Quando frequentavo l'università a Londra, all'inizio degli anni Novanta, cominciai a coltivare l'interesse per l'arte napoletana e decisi di elaborare la tesi di dottorato su Giuseppe Ribera, uno spagnolo a Napoli. Per una felice coincidenza, in quel periodo si stava organizzando la grande mostra tra Madrid, New York e Napoli che si tenne nel '92». In quel periodo la città stava uscendo con grande difficoltà dal periodo drammatico del terremoto... «Sì, era un momento difficile, ma anche molto bello, di grande energia. Erano gli anni della Soprintendenza di Nicola Spinosa, che era una vera forza della natura e che portò l'arte napoletana fuori d'Italia. Una fase cominciata anche prima con Raffaello Causa che durò anni, con altre grandi mostre che si rivelarono strumenti fondamentali per il pubblico e fecero conoscere la città nel mondo, che attraevano turisti e studiosi». Subito dopo lei ebbe il primo incarico alla National Gallery. In seguito ha continuato a frequentare la città? «Sì, vengo abbastanza spesso a trovare amici e colleghi, storici e universitari, lo stesso Nicola Spinosa, che ho sentito pochi giorni fa. Di recente sono stato ospite dell'Istituto San Paolo per una conferenza a Palazzo Zevallos Stigliano. Dalla Spagna ho cercato anche di inviare alcuni giovani a lavorare su cose napoletane. Attualmente io stesso sto completando un catalogo ragionato dei disegni di Ribera». Dedicata al grande pittore spagnolo è stata anche la mostra allestita tra il 2011 e il 2012 al Museo di Capodimonte e al Prado («Il giovane Ribera tra Roma, Parma e Napoli 1608-1624»). Responsabile scientifico dell'edizione italiana era Spinosa, mentre Finaldi faceva parte del comitato scientifico per l'esposizione a Madrid. Direttore, la sua frequentazione di Napoli copre un arco di tempo molto ampio. Che impressione le fa oggi la città? I turisti stanno tornando, ma sembra che ci sia sempre un patrimonio inespresso. «Da fuori Napoli è stata a lungo difficile da scoprire, anche per ragioni oggettive. Dopo il terremoto, per esempio, spesso gli edifici d'arte erano chiusi e in ristrutturazione. Ma senza dubbio chi arriva se ne innamora. Lo straniero rimane esterrefatto dalla scala, dalla densità e dalla ricchezza culturale, anche dalla stratificazione dalla città dei greci fino alla Napoli moderna». C'è un luogo speciale nella «sua» Napoli? «San Martino, un luogo straordinario con la sua vista del golfo dall'alto, il silenzio e la bellezza. E con i tesori d'arte, i dipinti, le sculture, gli spazi architettonici». In che modo la città le appare diversa rispetto quando ci ha vissuto da studente? «È più ordinata degli anni subito prima e dopo il terremoto. Alcune grandi opere sono state completate, come il palazzo di giustizia, o stanno per essere finite, come piazza Municipio. Ed è meno difficile muoversi». A proposito di piazza Municipio, cosa ne pensa della Metropolitana dell'arte? Certamente piace molto ai turisti, ma il costo delle stazioni dall'allestimento alla manutenzione impedisce di garantire un maggior di treni. «Non conosco bene la situazione, non posso esprimere un giudizio. Però in una grande città il buon funzionamento dei trasporti è molto importante, anche per i turisti». Lei potrebbe essere considerato un «cervello in fuga». E qui il problema dell'emigrazione intellettuale è molto sentito. Che consiglio darebbe ai ragazzi napoletani e di tutto il Mezzogiorno? «Lo stesso consiglio che fu dato a me e che do oggi ai miei figli. Io credo che si debbano perseguire i propri interessi, le proprie passioni, anche se per far questo di deve andare via, magari per un periodo. È molto importante e si deve esser pronti a fare sacrifici per riuscirci. Personalmente sono molto contento e so di essere fortunato a lavorare nel campo che mi interessa, in istituzioni favolose, ad avere la carriera che ho avuto e che avrò in futuro». Nel suo futuro potrebbe esserci anche l'Italia? «Da giovane ci pensavo e non è stato così, chissà... Però ora il mio lavoro sarà concentrato interamente sulla National Gallery».