Contadini, carri e polli: rivive il mercato nella tela del diciassettesimo secolo Un mondo che si affolla, sullo sfondo di quello che ricorda la Pedemontana Veneta. O forse, le Prealpi torinesi. L'ambientazione è il primo di una serie di «misteri» che riguardano «Scene di Mercato», la grande tela al centro della sala principale di Palazzo Erbisti, la sede dell'Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere, in via Leoncino, a due passi da Piazza Bra. Quel che è certo è che, ora, si può ammirare il dipinto «rimesso a nuovo», con un cielo dalle intense sfumature, laddove prima prevaleva l'opacità e il giallognolo. «Scene di Mercato» racconta la vita com'era nello splendore della Serenissima. Lontano, però, dai mari solcati dalle galee e più vicina a quell'entroterra produttivo, dove spuntavano come funghi le ville palladiane e non. Il quadro risale al diciassettesimo secolo: il soggetto è noto (si trova al Kunthistorische Museum di Vienna) quello di Verona è una replica non firmata. Ma la provenienza è la stessa: la bottega di Leandro da Ponte, detto Bassano, figlio del più noto Jacopo, autore dell'originale. Il restauro, a lungo atteso, è stato voluto dai Musei Civici: «Non potevamo lasciarlo così com'era - dice la direttrice Paola Marini - Jacopo Bassano e i suoi discendenti sono tra i grandi protagonisti della pittura veneta e sono sempre più studiati da parte degli specialisti: alcune sue opere sono state di recente acquistate dal Louvre».Posizionato nello spazio quasi quadrato sulla parete principale della sala, con un colpo d'occhio notevole, il quadro ha una particolarità: è più «lungo» di quel che sembra. Quando, negli anni '50, si decise di collocarla nell'Accademia, il quadro venne piegato a bordi per farlo entrare nel riquadro preesistente. Le restauratrici, Isabella Bellinazzo e Alessandra Zambaldo, coordinati da Ettore Napione, hanno risistemato anche quella parte, che ora rimane nascosta, ma che potrà essere ripristinata senza danneggiamenti, nel caso si decida di esporla integralmente. Le esperte dei Musei Civici hanno dovuto anche rimediare ai «danni» di un restauro precedente che, pur fatto da una «mano abile» non ha avuto sicuramente l'accuratezza scientifica degli operatori contemporanei. «È un quadro che racconta molto della storia veneta - spiega Fabrizio Magani, sopritendente alle Belle Arti e al Paesaggio di Verona, Vicenza e Rovigo - erano gli anni in cui i patrizi veneziani si spingevano nella terraferma e le ville si arricchivano con le "barchesse" per il lavoro contadino. Quadri del genere erano di sicuro interesse per la nobiltà, che vi poteva scorgere la vita quotidiana delle classi meno abbienti: ma anche i "protagonisti", agricoltori e mercanti si potevano riconoscere in queste opere che aprivano al realismo».