Apre oggi e raccoglie opere realizzate negli ultimi cento anni, da Aalto a Mendini Un lungo articolo del «Financial Time» dello scorso anno evidenziava il boom dei musei del design. Le principali città del mondo, Londra, New York, Honk Kong, si leggeva, ne hanno uno. Chi non l'ha, lo progetta. E qui arriviamo al paradosso: tutte le città tranne Milano, da sempre riconosciuta come la capitale del design. Un museo del genere in realtà l'Italia l'aveva, ma defilato, in provincia di Ravenna. Questa esposizione ideata da Raffaello Biagetti che racconta cento anni di storia del settore attraverso i capolavori dei grandi maestri italiani e stranieri, arriva a Milano. Apre oggi in via Borsi 9, nel grattacielo dell'ex Sieroterapico, oggi trasformato in Design District, il «Museo del Design 1880-1980» (ingresso e 10 , info: www.museiitaliani.org). L'iniziativa è di Musei Italiani, organizzazione nata per promuovere il patrimonio culturale italiano. L'impianto è quello originale di Giovanni Klaus Koenig (ma ci avevano messo mano anche Giuseppe Chigiotti, Gae Aulenti e Piero Castiglioni). Semplice. ma d'effetto. Il museo è volutamente in penombra: luci puntiformi sono dirette sulle singole opere, che come su un palcoscenico prendono vita. Il percorso è cronologico: si apre con l'Art Nouveau, prosegue con la Scuola Viennese e il Bauhaus, si tuffa nei dinamici Anni 50 opere francesi, scandinave, americane e termina con i movimenti Alchimia e Memphis. «È un museo didattico, pensato per avvicinare il grande pubblico a un'arte che fa parte della vita di tutti i giorni, ma è poco conosciuta», spiega l'ad di Musei Italiani Federico Bonadeo. «Vogliamo rendere il museo vivo, aprendo anche al contemporaneo e ai designer». I visitatori riconosceranno i pezzi più famosi: la lampada di Magistretti, la poltrona di Mendini, il vaso di Alvar Aalto, oggetti «primi» di una serie di copie che tutti abbiamo in casa. Da non perdere? Non ha dubbi Bonadeo, che cita: la culla disegnata da Peter Keler per il figlio di Vasilij Kandinsky; la chaise longue di Gunnar Asplund; la credenza di Charles R. Mackintosh.