Se aveste un quinto di un polittico gotico, e magari tutta la zona bassa della cornice dove si innestavano le sette tavole del complesso, buttereste questa parte originale e trapanereste i frammenti superstiti per piantarci sopra, a completamento, altre tavole nuove di pacca? Naturalmente un qualsiasi soprintendente, anche quelli nuovi-nuovi, proiettati fortunosamente a dirigere i nostri nuovissimi poli museali, risponderebbe no. Bene, diciamo che rifare le colonne del Tempio della Pace al Foro Romano, rifarle mettendo da parte le basi in marmo di Luni, rifarle in cemento e altri materiali mentre le colonne sono di granito rosa di Assuan, rifarle perforando i pochi resti originali con un calibro di ben 8 cm di diametro, suona davvero strano. Evidentemente i promotori dell'impresa si sono dimenticati della più grande tradizione di studi e interventi dell'intero occidente, quella di Cesare Brandi e dell'Istituto Centrale del Restauro, dove una anastilosi delle strutture si può proporre in presenza di una gran parte dei pezzi antichi e certo non escludendo parte degli originali (le basi) e danneggiando irreparabilmente i rocchi superstiti. Ma dietro questo restauro che doveva essere fermato subito, in fase progettuale, sta molto altro. Prima di tutto la volontà di recuperare, per ragioni politiche, un altro modo di fare restauro, si chiamava «restauro in stile», e ha caratterizzato l'intero Occidente nel corso del XIX secolo e, da noi, anche parte del XX, quando si sono reinventate intere chiese romaniche o gotiche, distruggendo magari parti rinascimentali e barocche, e si sono creati dei falsi così finemente lavorati da impedire ai non esperti di distinguerli dagli originali, come al Sant'Ambrogio a Milano o alla Loggia della Mercanzia a Bologna. In quest'ultimo caso, come nella riedificazione di Dresda condotta sul modello dei dipinti di Bellotto, potevano esserci ragioni simboliche: recupero di un monumento perché segno della identità di una città distrutta dalla Seconda guerra mondiale. Non è questo il caso delle colonne del Tempio della Pace. Ma qui, nella malcerta ricostruzione, malcerta sul piano metodologico, dove i perni d'acciaio ficcati dentro le colonne saranno saldissimi, si legge ben altro. Prima di tutto l'idea che i monumenti non hanno attraversato la storia, il Tempio della Pace è del 75 circa d.C., non ne recano le tracce, ma sono qui, come nuovi. Del resto questa ricostruzione è solo un inizio: la incredibile proposta di restituire la pavimentazione del Colosseo per una specie di messa in scena alla Cecil B. DeMille dei massacri dei cristiani e dei gladiatori, magari salvando solo le belve, dà il senso della debolezza culturale ma anche dell'annaspante bisogno dei politici di farsi comunque, alla lettera, «rappresentare». Dunque siamo agli inizi di uno spettacolo che ha visto qualche modesto attore già in scena. Ma l'ecatombe finale dei monumenti antichi è ancora da venire: chi impedirà, da adesso in poi, la ricostruzione, che so, di tutti i fori, integrando a cemento le colonne, quello di Traiano, quello di Augusto, quello di Cesare, e magari mettendo, sempre su basi di cemento, nuove statue di retori e altro ancora? Argan era appena diventato sindaco e, io, giovane, forse ingenuamente, gli ho chiesto perché avesse deciso, lui studioso insigne, di volgersi alla politica. Mi ha portato davanti alla finestra del suo studio affacciata sul Foro sopra la rupe Tarpea, la ha spalancata e ha detto: per tutelare tutto questo.