Ma Silvio promette Sordo alle critiche, Berlusconi rilancia sui lavori pubblici: «Finiremo la legislatura con cantieri aperti per 72 miliardi di euro». E poi spara l'arma finale: «Venderemo le case popolari, così potrete ristrutturare interi quartieri». S'avanza il programma dei costruttori, qualsiasi governo verrà Lex primo palazzinaro d'Italia ha ricevuto in faccia una relazione dura come un mattone proprio dai suoi ex colleghi dell'Ance (Associazione nazionale costruttori edili). Forse non se l'aspettava, ma anche se così fosse la sua reazione è stata sempre la stessa: promesse, promesse, promesse. Immancabile la solita: «termineremo la legislatura rispettando l'impegno di cantieri aperti per 72 miliardi di euro». La nuova, tirata fuori per strappare l'applauso che non è arrivato, riguarda il «piano di vendita delle case popolari». Ma ha voluto esagerare: «Chi le comprerà potrà anche operare delle ristrutturazioni, non solo delle case, ma di interi quartieri». Che le case popolari italiane (ex Iacp) abbiano bisogno di ristrutturazioni, è certo. Ma la legge prevede da sempre che, chiunque sia il venditore, è l'occupante dell'appartamento il primo destinatario dell'offerta di vendita, con prezzo scontato del 30 (più ulteriori sconti in assenza di ristrutturazioni recenti). Pare decisamente improbabile che gli inquilini di queste case, ammesso che abbiano il reddito per comprarle, si possano permettere di «ristrutturare interi quartieri». A meno che Silvio non intenda venderle direttamente ai costruttori edili... Una cosa da fantascienza. E infatti i costruttori hanno fatto finta di non aver sentito. Il loro presidente, Claudio De Albertis, aveva appena finito di leggere un'autentica lezione su come si progetta una politica delle città all'interno di un paese moderno. Aveva insomma illustrato un progetto per molti versi discutibile e contestabile, ma certamente di alto profilo e solidamente argomentato. Basti pensare all'attenzione con cui ha esaminato la crisi dell'università italiana, il luogo dove dovrebbe formarsi - e non avviene - la «classe creativa» di qualsiasi paese. Il modello proposto prende atto della «svolta postindustriale» e poggia su «ricerca, alte tecnologie, istruzione e formazione», e «presuppone quindi città e territori attrattivi». Ha enfatizzato il ruolo dell'edilizia, in controtendenza con il «declino» del paese e del suo Pil: «in 5 anni gli investimenti sono cresciuti del 21,1 contro il 8,6 del Pil»; e persino l'occupazione nel settore «in sei anni è cresciuta del 23». Davanti a sé, questo settore dice esplicitamente di trovare un governo che non ha lasciato «traccia» in merito al «pacchetto di provvedimenti proposti dall'Ance (leggi obiettivo per le città, nuova politica degli affitti, riforma della fiscalità immobiliare)». Anzi: sono state ridotte «le risorse per opere pubbliche (-14,2 con la finanziaria 2005, dopo il taglio del 16 del 2004». Stupisce sentire un «palazzinaro» inveire contro «il consumismo» pataccaro di cui il Berlusconi dei «cellulari e sms alle ragazze» è l'emblema: «l'alto tenore di vita e gli alti consumi non sono indicatori del benessere di un paese». Non stupisce invece che esploda di rabbia nell'affrontare il capitolo degli appalti per le opere pubbliche: «le leggi speciali - come la legge obiettivo (estesa a 228 opere e 358 interventi, invece dei pochi veramente necessari) - determinano un doppio binario», con «situazioni di privilegio per alcune imprese e potenziale danno per altre». Idem per il «gigantismo degli appalti, che sottrae alla gran parte delle imprese la possibilità di proporsi»; e per i «lavori in house, un fenomeno illegittimo che elude le norme sull'evidenza pubblica delle procedure di affidamento». Opere date, insomma, agli «amici degli amici» senza che nessuno ne sappia niente. Non stupisce neppure, in questo mondo ormai rovesciato, che venga dai costruttori l'unica - discutibilissima - proposta su piazza per la ripresa di una politica dell'edilizia popolare: «costruire case in cambio di contributi in natura'». Ovvero il mutamento di destinazione d'uso di «aree non residenziali» da dare ai costruttori che si impegnino a «pagarle» con palazzine popolari. Persino per gli immigrati («lavoratori non residenti») l'Ance ha una soluzione da proporre (un collegamento tra rapporto di lavoro, alloggio e un regime fiscale mirato»). Anche le banche, come con Montezemolo, finiscono nel mirino: «un sistema arroccato sulla tutela del suo capitale», che «raramente osa affrontare l'avventura imprenditoriale» e preferisce operare grazie alla «mancanza di una vera concorrenza». Solo un merito, parziale, viene riconosciuto al governo: la riforma del mercato del lavoro e la conseguente «maggiore flessibilità». Altro ancora vorrebbero i costruttori (sul piano fiscale, ad esempio), fino a una vera lotta alla «criminalità organizzata» per dare una chance al Mezzogiorno. Il tutto naturalmente, nel quadro di «una nuova alleanza delle forze produttive per il progresso», come «avvenne 60 anni fa per la ricostruzione». Insomma: un vero programma politico chiaro, complesso, fatto di «cose concrete» e di molta voglia di mettere in condizione di non più fiatare il lavoro salariato. Un programma contestabile, si diceva. Ma che questo governo che si dà le arie da «neoliberista» non riesce neppure a comprendere. Più preoccupante, semmai, è che Fassino e la Margherita (era in sala Tino Iannuzzi) l'abbiano immediatamente fatto proprio.