VENEZIA. All'indomani della sentenza con cui la Cassazione ha reso definitivo il patteggiamento di Giancarlo Galan nell'ambito dell'inchiesta Mose, la presidente della Camera ha riservato parole di fuoco al forzista, tuttora deputato e numero uno della commissione Cultura. «Pensavo che un uomo con il senso delle istituzioni si dimettesse, ma lui ha dimostrato di non esserlo», ha detto Laura Boldrini. L'iter per la decadenza sta comunque per cominciare e mercoledì prossimo saranno rinnovate le presidenze. VENEZIA. Il sorriso delle grandi occasioni, il trillo della leggendaria campanella, la formula del rito parlamentare: «La seduta è tolta». Ieri mattina Laura Boldrini, ospite del raduno del programma radiofonico Caterpillar , a grande richiesta del pubblico ha chiuso con questa scenetta l'incontro con Rosy Bindi e don Luigi Ciotti sul tema della legalità. L'evento si teneva al teatro La Fenice, ma quello di Senigallia, non di Venezia. Poco cambia in realtà, perché forse mai come questa volta la presidente della Camera è stata tanto vicina alla laguna, con particolare riferimento allo scandalo Mose, per interposta condanna (passata in giudicato) di Giancarlo Galan. All'ex governatore ed ex ministro, ma tuttora deputato e numero uno della commissione Cultura, la speaker di Montecitorio ha riservato parole di fuoco, all'indomani della conferma da parte della Cassazione del patteggiamento a 2 anni e 10 mesi di reclusione con multa da 2,6 milioni di euro: «Galan non ha senso dello Stato». Non è la prima volta che Boldrini interviene con durezza sul caso del forzista, arrestato il 22 luglio 2014 dopo il via libera della Camera, nell'ambito dell'inchiesta che il precedente 4 giugno aveva scoperchiato il calderone delle tangenti che ribollivano nell'acqua alta veneziana. Già lo scorso 13 dicembre, infatti, la presidente di Montecitorio aveva risposto con una lettera al Corriere della Sera alla domanda posta da Gian Antonio Stella su Sette, a proposito della permanenza dell'ex Doge al vertice della commissione Cultura: «Non sarebbe opportuno che Galan desse le dimissioni?». Boldrini aveva replicato che sì, sarebbe stato il caso, ma aveva anche aggiunto che non era possibile obbligare l'azzurro a farsi da parte («Nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare»), auspicando tuttavia che fosse lui stesso a voler rispettare la Costituzione nel passaggio in cui recita: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Ma si era trattato ancora di miele, in confronto al fiele di ieri. Alla specifica domanda del conduttore Massimo Cirri, la leader della Camera non si è tirata indietro: «Posso dire da cittadina di essere esterrefatta per il fatto che Galan sia ancora presidente della commissione Cultura della Camera. Pensavo che un uomo con il senso delle istituzioni si dimettesse, ma lui ha dimostrato di non esserlo». Boldrini ha rimarcato di comprendere le ragioni di quanti, al di fuori dei Palazzi, si chiedono perché Galan continui ad occupare (virtualmente) lo scranno nell'emiciclo e la poltrona in commissione, dopo quasi un anno di detenzione fra il carcere di Opera e il domicilio di Villa Rodella. «Lo so - ha proseguito - è paradossale che Galan sia ancora parlamentare, lo dico da cittadina. Ma vorrei che fosse chiaro che le Camere non hanno nessuno strumento per farlo dimettere. Siamo consapevoli della gravità della situazione, ma ora inizierà tutta una procedura che dalla giunta per le elezioni porterà in aula la decisione sulla decadenza o meno». La legge Severino prevede infatti che decada dalla carica il parlamentare a carico del quale sia diventata definitiva una condanna superiore ai due anni. Per quanto riguarda la funzione aggiuntiva di presidente di commissione, invece, stando all'ordinamento si tratta di un ruolo di garanzia che come tale va tutelato senza la possibilità di imporgli dimissioni. Detto questo, però, Galan sta per perdere pure questo incarico. Per mercoledì 8 luglio, infatti, sono state convocate in contemporanea le quattordici commissioni della Camera: alle 13 le prime sette (la Cultura è proprio la settima), alle 14 le restanti. Per tutte all'ordine del giorno figura il rinnovo delle presidenze, previsto dal regolamento di Montecitorio dopo i primi due anni di mandato. In considerazione del cambio di maggioranza intercorso fra i governi Letta e Renzi, peraltro per stessa ammissione del capogruppo azzurro Renato Brunetta ancora un mese fa («Ora siamo all'opposizione»), è scontato che Forza Italia dovrà rinunciare a tutte e quattro le caselle finora occupate. Si avvicina dunque la fine dell'esperienza parlamentare per l'ex presidente della Regione, verso il quale ieri la Rete si è scatenata, con critiche e sarcasmi di ogni tipo. Fra gli altri ecco il tweet dell'Unità che, a poche ore dal referendum su Grexit, ha ironizzato su quello che ha definito «l'attaccamento di Galan alla poltrona»: «Può crollare il mondo ma Giancarlo Galan resta deputato malgrado la condanna definitiva. Galanexit!».