Una vocazione per rianimare il Sentierone «La Cappella Colleoni ha una luce così straordinaria..., non potevo non fotografarla». Metti una mattina di luglio Mario Botta, in versione «archistar a passeggio» tra Piazza Vecchia e Piazza Cittadella. Camicia bianca, capelli bianchi e pensieri sulle architetture delle città, che sembrano schizzi disegnati su fogli bianchi. In ogni parola che pronuncia sembra nascondersi già un progetto. «La vera forza di Bergamo Alta sono le pietre, quelle delle case, quelle delle strade e delle piazze». Anche se relativamente nuove, come quelle di Piazza Vecchia e anche se ricoperte di verde. «Qui ci allestiscono un giardino, un paio di settimane l'anno? Beh, se è solo per così poco tempo, poco male». Vecchie o nuove che siano, Mario Botta, le città le ama tutte. «Sono la forza di aggregazione più colta, intelligente e flessibile che la convivenza umana ha pensato», dirà poco dopo ad un centinaio di architetti bergamaschi che ascolteranno la sua conferenza sull'architettura e i centri storici, come una lectio magistralis . «La città ha la priorità sul progetto» è il principio attivo del suo archi-pensiero, per città più o meno malate. E applicato a tutte le sue creazioni. Valido per Dortmund dove Botta ha realizzato una biblioteca («il Comune aveva scelto una zona sbagliata della città per realizzarla, così io l'ho "sdoppiata" e ho vinto il concorso») come per Bergamo. Su c'è un borgo antico che si svuota, giù c'è il centro piacentiniano che langue. Che fare? Bella domanda, ma Botta è chiaro: «Le soluzioni le trova la storia del proprio tempo. E poi io non sono un demiurgo». E nemmeno uno che conosce così bene Bergamo, da suggerire estemporanei «rimedi» preciserà, anche se i suoi segni in terra orobica ci sono; la biblioteca Tiraboschi, la chiesa di Paderno di Seriate. Non c'è il due senza il tre. Magari la Montelungo, proviamo a buttarla lì... «Quel casermone? Che ci vogliono fare?» chiede. Servizi universitari e spazi dinamici, dice il bando. «Ah, interessante, ma bisogna ricordarsi che il disegno della città lo fa la Storia e non gli architetti». Corollario. Quella di Bergamo è storia locale che vive nel globale e che ha già una sua identità. «Quando si arriva in centro si intravede questo corpo novecentesco sopra cui si apre la parte alta della città. Non tutte le città hanno gli spazi di Bergamo bassa. Una grazia del cielo che ci siano, perché danno respiro al tessuto urbano. Sono grandi dimensioni che non vanno perse, ma occorre trovare la vocazione per animare questo vuoto e fare dei tentativi», rileva Botta. Animare, cioè dare anima, è quello che chiedono le amministrazioni, i sindaci all'architetto chiamato al capezzale dello spazio urbano morente. «La città è il riflesso della vita, e non è un caso che i luoghi di aggregazione siano esterni al cuore delle città. Non è solo un problema funzionale, ma di memoria. Si deve tornare ad amare la città». Dal postulato del ri-amore per la propria città, per Botta, discende anche il suggerimento per il borgo antico che si sta svuotando: «L'amministrazione comunale dovrebbe aiutare le famiglie a viverci. Se ci sono bambini che giocano, ragazzi che crescono se c'è vita, il borgo riprende a vivere». L'equazione suggerita dall'architetto è di tipo familiare: «Anche mia moglie, se si potesse, sceglierebbe di vivere in Piazza Duomo». A condizioni possibili, cioè e con una visione che non sia quella «della villetta con il giardinetto». Bisogna sentirsi cittadini dentro. «Chi ha il patrimonio della città dovrebbe pensare a che cosa metterci». Dentro Piazza della Cittadella ci sono decine di macchine, esattamente come piazza Roma a Modena. L'amministrazione emiliana,7 anni fa, aveva incaricato Botta di risanarla e lui l'aveva riprogettata, pensando a un galoppatoio per far correre i cavalli dell'Accademia. Un'operazione militare, una specie di cambio della guardia come a Buckingham Palace. Sono cambiati i sindaci e piazza Roma è ancora lì. «Mi dicono con meno macchine». E con i cavalli in scuderia.