Quando Oriana Sartiani, abile restauratrice dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, si è chinata su quelle aureole delicatissime che circondano le teste di Elisabetta, Zaccaria e San Giovannino dormiente, unite da Carlo Dolci in un meraviglioso ovale, ha avuto un ripensamento: toccare quello sciame di particelle minutissime d'oro zecchino o lasciarle così, velate da una delle numerose verniciature semi trasparenti che nei secoli hanno protetto il quadro? «Le ho lasciate così racconta e sa perché? Perché anche il solo sfiorare una di quelle pagliuzze sarebbe stato mortificare la cura religiosa che Dolci metteva nella pittura. Quelle particelle sembrano soffiate sulle aureole, come se il pittore non stesse dipingendo ma semplicemente... pregando con rispetto». L'Opificio di Firenze è una delle istituzioni votate al restauro delle opere più importanti al mondo e in questa mostra ha lavorato sul San Giovannino dormiente e sul disegno con David e la testa di Golia. Radiografia e poi l'intervento vero e proprio. Necessario in casi come questo, perché le opere nelle gallerie antiche (come la Palatina) per secoli sono state protette con «mani di fresco», cioè verniciature che, se da un lato ravvivavano i colori, dall'altro, alla lunga, li saturavano. Dolci però era diverso da quei pittori che, dopo l'artigianalità estrema del Quattrocento, avevano dato vita a una pittura meno complessa e più «commerciale», non solo a servizio delle istituzioni ecclesiastiche ma anche della borghesia. « Carlino commenta Marco Ciatti, direttore dell'Opificio era estremamente accurato, minuzioso. I restauri su questi lavori hanno permesso di osservare la maestria con la quale mescolava colore e sostanze leganti, in modo da rendere il supporto qualcosa di omogeneo, come se fosse rame o porcellana». Basta guardare queste opere alla Palatina: hanno una levigatezza e una luce che nascono da un lavoro intensissimo alla base capace di nascondere le inevitabili crettature che increspano solitamente le tele. Non solo. I restauri (che hanno messo in campo tecniche come lo scanner multispettrale all'infrarosso ideato dall'Ino-Cnr di Firenze) hanno portato in luce un'altra raffinatezza di devozione pittorica dell'artista. «Guardate il colore dei volti di Elisabetta e di Zaccaria esorta Sartiani . Le verniciature protratte nel tempo ci avevano restituito un incarnato innaturale, quasi ambrato, giovanile e inadatto, che non si confaceva di certo a una madre e un padre già angosciati perché preveggenti e dunque consapevoli del destino tragico del figlio. Dolci invece aveva studiato un color eburneo pallido, maturo, angosciato. Che, con i restauri, è riaffiorato». All'Opificio, istituzione fondata nel 1588 da Ferdinando I de' Medici, sono arrivate e arrivano migliaia di opere dall'Italia e dal resto del mondo. Ciatti ricorda bene interventi importanti, come quello sulla Madonna del Cardellino di Raffaello, della Galleria degli Uffizi. Quadro tanto bello quanto sfortunato: sopravvissuto al crollo del palazzo (1548). Nei secoli le numerose verniciature gli avevano conferito un tono ambrato, tanto da creare il mito del «Raffaello dorato». I restauri dell'Opificio hanno riportato alla luce i colori vividi dell'urbinate. E che dire del Nano Morgante di Bronzino? Concepito originariamente come ritratto del più famoso giullare alla corte di Cosimo I de' Medici, era stato ridipinto e trasformato in Bacco nel 1724 (con coppa in mano e decorazioni di pampini e tralci d'uva) finché i restauri ne hanno svelato le vere origini. Un lavoro importante e minuzioso che, all'Opificio, ogni giorno fa i conti con la crisi e con il mancato ricambio dei restauratori. Ma Ciatti alleggerisce: «Per adesso il Ministero ci ha dato una mano. Va bene».