Montresor (Ingegneri) e Toffali (Architetti): «Anche Verona come Venezia rischia di essere stravolta dal turismo di massa e un eccesso di spazi dati ai privati» Custodire il passato e, allo stesso tempo, costruire il futuro: è possibile? Salvatore Settis, parlando di Venezia, dice che «la memoria non richiede stasi, esige movimento». Ma ben inteso: «Una crescita armonica, non una distruzione violenta». Settis avverte pure che la più grande minaccia per le città storiche, tutte, sta «nella falsa modernità, nello spopolamento, nell'oblio di sé». Lo leggiamo nel libro dell'archeologo e storico dell'arte Se Venezia muore (Einaudi, 2014,11 euro), raccolta di riflessioni sul caso emblematico della laguna «ridotta a merce» e invasa da gigantesche navi da crociera: vi avevamo dedicato una prima puntata lo scorso 24 maggio. E Verona? Anche la nostra città si è trovata, e si trova, in bilico tra esigenze attuali (o presunte tali) e la convivenza con le numerose testimonianze del passato. Una conciliazione talvolta difficile, soprattutto quando «quattro sassi» bloccano nuovi parcheggi. Che ne pensano coloro che si occupano della progettazione urbana? Rispondono Giovanni Montresor e Arnaldo Toffali, presidenti rispettivamente dell'Ordine degli ingegneri e degli architetti. Prima minaccia, secondo Settis, è la perdita della memoria. L'Alzheimer culturale non risparmiò - per stare all'attualità - nemmeno Atene, «che dopo la gloria della polis perse prima l'indipendenza politica, poi l'iniziativa culturale, e infine la memoria di se stessa», spiega Settis. «Ripetutamente spogliata da popoli invasori senza che gli abitanti alzassero un dito, quando nel 1456 Atene fu occupata dai Turchi, della città si era perso perfino il nome. Restava un villaggio miserevole. Gli abitanti, poche migliaia, lo chiamavano Satini, Satines: una storpiatura che il nome di Roma, per esempio, non subì mai». Vien da pensare che ci sia un nesso fra ciò che Atene passò allora e ciò passa oggi Su Verona incombe l'oblio? La risposta di Toffali non conforta: «Credo sia il destino delle città storiche a grande vocazione turistica. L'architetto Aldo Rossi, nell'Architettura della città, sostiene che la memoria è legata a fatti e a luoghi"; se viene meno il rapporto fra luogo e cittadini si finisce per diventare stranieri a se stessi». La seconda minaccia, legata alla prima, è lo spopolamento. Settis rileva che una sola volta, prima d'oggi, il centro storico di Venezia ebbe così pochi abitanti: subito dopo la peste del 1630. Anche Verona, spiega Toffali, «ha cambiato notevolmente il proprio volto. Dopo il boom demografico fino agli anni Settanta, la popolazione è andata diminuendo, con un progressivo invecchiamento addirittura superiore alla media nazionale. Per evitare lo spopolamento, in particolare nel centro, andrebbero introdotti affitti calmierati per attirare giovani e incentivi economici per le ristrutturazioni». Montresor mette in luce «il cambio del tessuto sociale. Una volta anche il centro aveva i suoi rioni popolari e molti residenti giovani; ora, a eccezione di Veronetta, gli abitanti sono per lo più anziani e abbienti. Ugualmente, un po' a causa della concorrenza dei centri commerciali un po' per disinteresse collettivo, stanno morendo i piccoli negozi storici. È una grave perdita che a Verona si verifica in misura maggiore che altrove. Roma, città turistica per eccellenza, in proporzione non vede tutte le chiusure che ci sono da noi». Secondo Settis il turismo di massa, soprattutto il modo in cui è gestito, ha una grande influenza in questo processo. Toffali conferma: «Basta girare per la città antica, guardando le tipologie dei nuovi negozi, le gelaterie sempre più numerose, le frotte al balcone di Giulietta, per rendersi conto di come sta cambiando in peggio la città. Una città "mordi e fuggi", dove i residenti si sentono estranei. Paradossalmente risultano più veri, più veronesi, gli abitanti dei quartieri limitrofi al centro, non contaminati dal turismo, come Borgo Trento o Borgo Venezia». A rimedio, curiosamente, i due professionisti pronunciano le stesse parole: inclusione, spazi comuni. Montresor spiega: «Occorre recuperare il concetto di beni pubblici, intesi come spazi aperti a tutti. Ma anche come qualità della vita urbana. Bisogna far emergere l'anima inclusiva della città, che esiste, evitando la creazione di ghetti come purtroppo è stato per Veronetta. Se io fossi assessore all'urbanistica». azzarda, «preparerei un piano per Veronetta, indirizzando i pochi soldi a disposizione dell'amministrazione pubblica verso una politica per incentivare le ristrutturazioni e l'integrazione sociale e per la valorizzazione della pluralità. Si tratta di un quartiere con enormi potenzialità, che potrebbe diventare il "Saint Germain" di Verona». E Toffali: «È necessario coniugare lo sviluppo con la socialità e la solidarietà, e riconoscere il diritto a vivere in una città sana». Ma se la città va vissuta, e non ridotta a un museo all'aperto, come recuperare i tanti beni pubblici del passato? Caso Arsenale: «Non sono contrario agli interventi dei privati, ma la concessione per 99 anni è una follia», dice Montresor. E Toffali: «La collaborazione fra settore pubblico e privato può essere un bene, purché non diventi una mera speculazione privatistica». Ecco, appunto. C'è il capitolo del verde, bene pubblico per eccellenza in una città inquinata come Verona, con il parco dell'Adige nord e sud da ufficializzare. Settis avverte. Verona risponda.
VERONA - Le città d'arte non devono perdere la loro memoria
Il turismo di massa sta cambiando le città storiche, come Verona e Venezia, a rischio di essere stravolte. Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte, avverte che la memoria non richiede stasi, ma una crescita armonica. La falsa modernità, lo spopolamento e l'oblio di sé sono le principali minacce per le città storiche. Giovanni Montresor e Arnaldo Toffali, presidenti dell'Ordine degli ingegneri e degli architetti, concordano che la perdita della memoria e lo spopolamento sono le due principali minacce. Montresor mette in luce il cambio del tessuto sociale, con anziani e abbienti che sostituiscono i giovani e i residenti popolari.
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