Lettera aperta di Fillea Cgil, Coordinamento Asti Est e Movimento Stop al consumo del territorio: "Il Comune abbia il coraggio di cambiare" L'assemblea convocata ad Asti dal movimento Stop al consumo del territorio Il coraggio. Di cambiare rotta, confrontarsi, fare scelte radicali, correndo il rischio di scontentare una fetta di elettorato. La posta in gioco? Tutelare il territorio. È quanto chiedono «con la massima urgenza»: Cgil Asti, Fillea Cgil, Coordinamento Asti Est e Movimento Stop al consumo del territorio in una lettera aperta inviata al Comune di Asti nella quale si evidenziano le «previsioni irrealistiche e senza fondamento» del Piano regolatore cittadino. I dati Il Piano di Asti è impostato su un'ipotesi di popolazione di 127.000 persone. Asti al momento del censimento sugli immobili inutilizzati (realizzato su sollecitazione della campagna promossa dal Forum nazionale Salviamo il Paesaggio) contava 77.438 abitanti e una chiara dinamica demografica: nel 1971 i residenti erano 76.151, dunque vi è stata una crescita di poco più di mille abitanti nell'arco di 40 anni. Il censimento ignorato Per citare la domanda retorica avanzata sul palco del festival Passepartout di poche settimane fa, da Salvatore Settis, presidente del consiglio scientifico del Louvre, storico dell'arte, già Rettore della Normale di Pisa: «Astigiani, cosa vi fa pensare che diventerete 127 mila?». «Nulla ce lo fa pensare, perché è una previsione formulata forse non in base a previsioni demografiche scientificamente comprovate, ma piuttosto tenendo (troppo) in considerazione interessi di particolari categorie economiche» spiegano Alessandro Mortarino, presidente del movimento Stop al Consumo del territorio e Luisa Rasero, Cgil Asti -. Il censimento degli immobili inutilizzati realizzato dal Comune di Asti è una delle prime ricerche di questo tipo in Italia, e una tra le più complete. Purtroppo non ha portato a nulla: neanche ad una seria e radicale revisione del Piano Regolatore». La Regione Ilconsumo del suolo è irreversibile. Una volta asfaltato, quel terreno non tornerà più «agricolo». Insomma: non si torna indietro. Lo ha ricordato l'assessore regionale all'agricoltura Giorgio Ferrero, intervenendo ad Asti al dibattito promosso dal movimento Stop al consumo del territorio, anticipando «un testo che la giunta regionale sta valutando in questi giorni dedicato a proteggere il suolo agricolo. Parlerò dei dettagli quando e se, come mi auguro, il testo diventerà legge». Buoni e cattivi E sulle pratiche, buoni e cattive, adottate in passato, Ferrero ha auspicato un netto cambio di rotta. «Finora il modello dominante è stato quello del: "Bisogna costruire per dare posti di lavoro. A chi la pensa così risponde, purtroppo, la realtà dei fatti: guardate dove ci ha portato questo modo di ragionare». Una visione rafforzata anche dal fondatore del movimento contro il consumo del territorio, l'albese Gino Scarsi. «Basta guardarci in giro e si assiste ad una speculazione edilizia che va comunque avanti, nonostante le tante costruzioni destinate a restare vuote. Un esempio? Il comune di San Damiano. Ha un area industriale con 11 capannoni, di cui sei vuoti e sta già parlando di una nuova area industriale». Un'accusa, questa, smentita subito dal sindaco Mauro Caliendo: «E' un'affermazione assolutamente priva di fondamento. In primis, non ho mai sentito nè parlato di una nuova area industriale. Inoltre, in quella esistente, ci sono 19 lotti, di cui 15 con aziende attive e tre in attesa di edificare». Tre fotografie, una realtà Nella lettera inviata al Comune, le associazioni sintetizzano in modo efficace le tre circostanze concomitanti e tra loro profondamente contraddittorie che caratterizzano la realtà astigiana. «Un elevato numero di persone con difficoltà abitativa, un altrettanto elevato numero di alloggi in vendita e affitto e inutilizzati, un piano regolare sovradimensionato in modo surreale, che prevede una crescita della popolazione non ipotizzabile secondo alcun parametro. Le soluzioni possibili La prima proposta arriva dal sindacato dei lavoratori edili della Cgil, la Fillea: «Non "nuove case" ma "case nuove", ad indicare che il futuro non è nella costruzione ex novo bensì nella ristrutturazione e rinnovamento di quanto già costruito. «In sostanza, quel che vogliamo sottolineare è l'urgente necessità che la "Politica" - con la P maiuscola - sappia orientare in modo concreto il futuro sociale ed economico. A partire dal comparto dell'edilizia. Né si può dimenticare che il problema "casa" non può più essere declinato in termini di emergenza ma di uno statuto della proprietà vincolato alla funzione sociale».