VOLLE firmarlo. Lo faceva solo con i lavori più riusciti. E quel vaso era davvero uno splendore. Scrisse "Assteas egrapse", cioè "l'ha dipinto Assteas": così uno dei più grandi ceramografi pestani pose il proprio nome alla sua opera migliore (nella foto) . Persino i rozzi tombaroli che 2300 anni dopo lo trafugarono da una necropoli a Sant'Agata de' Goti dovettero rendersi conto di aver trovato uno dei reperti più belli di tutta la Magna Grecia. Che non esitarono a vendere in cambio di un milione di lire e un maialino. Oggi, dopo lunghe peripezie, il cratere di Assteas, datato quarto secolo avanti Cristo, torna finalmente a casa, nel Sannio, la stessa terra in cui visse e morì il suo misterioso committente. Ad accogliere il manufatto, la torre del Castello di Montesarchio, ex fortezza aragonese, poi carcere borbonico (vi fu imprigionato anche Carlo Poerio) riaperta dopo molti anni grazie ad un lavoro di restauro condotto dal Comune, diretto dal sindaco Francesco Damiano. Il vaso, 70 centimetri, è protagonista unico della mostra "A casa di Europa" (ingresso libero), nome ricavato dalle tipiche "figure rosse" dipinte sul suo lato principale che rappresentano, appunto, il ratto di Europa da parte di Zeus, sotto le spoglie di toro. All'esposizione si affianca un apparato multimediale che catapulta i visitatori in una vera e propria installazione. Una voce fuori campo illustra le leggende dei personaggi disegnati, affiancata da giochi di luce e videoproiezioni. Dal 23 luglio al 15 gennaio il cratere sarà esposto all'Expo di Milano, poi tornerà stabilmente. Dopo aver vagato per anni tra un mercante d'arte e l'altro, è stato acquistato nel 1981 dal Paul Getty Museum di Malibu per 380mila dollari. Nel 2007, grazie alle indagini svolte dai Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, è finalmente tornato in Italia, protagonista di esposizioni al Quirinale, al museo di Paestum, al Palazzo dell'Unesco a Parigi e a Sant'Agata de' Goti. Ora entra nelle preziose collezioni del Museo archeologico nazionale del Sannio Caudino (sempre nel castello di Montesarchio), guidato da Luigina Tomay. Molto curata la sezione sui vasi provenienti dalle vicine necropoli di Saticula, Telesia e Caudium. Uno spaccato della vita sannitica dal settimo secolo a.C. poi. A partire dal quinto, ogni corpo veniva inumato assieme ad un cratere specifico (uno di questi era proprio quello di Assteas), foggiato dai raffinati artigiani greci. L'oggetto, originariamente utilizzato per mescere il vino, richiamava l'uso dei banchetti e simposi funebri. Vale la pena visitare la mostra "Rosso immaginario", fino al 30 settembre. Nelle vecchie celle, spiccano una ventina di vasi, corredati da altrettante proiezioni e animazioni che ne raccontano le storie. Un allestimento curato da Francesco Capotorto, che unisce archeologia, comunicazione e multimedialità. La mostra ha portato oltre 40 mila visitatori in un museo che non supera i seimila l'anno.
Il vaso di Assteas torna a casa: nel castello di Montesarchio
Il cratere di Assteas, un vaso greco del quarto secolo a.C., è stato ritrovato in una necropoli a Sant'Agata de' Goti e successivamente venduto a un mercante d'arte. Dopo anni di peripezie, il vaso è stato acquistato dal Paul Getty Museum di Malibu nel 1981 per 380mila dollari. Nel 2007, grazie alle indagini dei Carabinieri, il vaso è stato ritrovato in Italia e ha partecipato a esposizioni al Quirinale, al museo di Paestum e a Sant'Agata de' Goti. Oggi, il vaso è stato restituito al Museo archeologico nazionale del Sannio Caudino, dove è stato esposto in una mostra intitolata "A casa di Europa".
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