Ruggero Boschi, già soprintendente Con molto interesse ho letto sul Corriere della Sera, nell'articolo di Renato Corsini (2752015), le osservazioni relative alle illuminazioni notturne dei monumenti bresciani e il successivo di Marco Fasser (1362015). In particolare, dall'articolo di Corsini, emergeva il complesso rapporto che la società attuale tende ad instaurare con il passato, mostrando sostanzialmente l'incapacità di comprendere l'esistente, e cioè la propria storia, se non sovrapponendo alle opere antiche una propria interpretazione con il compito di attualizzarle secondo le non lineari logiche attuali. Cosa che accade anche nel teatro di prosa o nell'opera lirica dove la giustificazione per la riproposizione di un lavoro storico sembra dover passare necessariamente attraverso una corrispondenza, non importa se vera, parzialmente vera o soltanto supposta, con le tensioni contemporanee. Una ricerca di conforto nel passato ma assoggettato alla certificazione di nuove ideologie sapientemente dissimulate. Nuove luci per antichi monumenti: il tema porta a ripercorrere la storia delle realizzazioni delle architetture, sculture, pitture. Basterebbe riprendere in mano i testi di Serlio, Leonardo, Palladio, Alberti, o rileggere le osservazioni di Wittkover, Gombrich, Brandi per citare solo una minima parte delle fonti raggiungibili da tutti, per trovarsi di fronte ad una miniera sterminata di matrici ideologiche, geometriche, matematiche dei sistemi concettuali e rappresentativi. Si trattava di complesse combinazioni liturgiche, esistenziali, filosofiche, escatologiche che ne costituivano la sostanza: la cupola della Sacra Sindone del Guarini «trasforma l'architettura in un racconto che nasce dalla geometria della luce» (Quintavalle), ma anche della luce mistica, dell'illuminazione divina, degli orientamenti astronomici, della concentrazione della luce naturale del mattino nelle absidi e, sul piano propriamente artistico della calcolata volontà progettuale della definizione delle partiture architettoniche sulle differenze di azione sulle superfici aggettanti o rientranti nelle varie ore del giorno e nel ciclo delle stagioni (Barbarisi, Civitelli, Tagliabue), così come delle scelte dei pigmenti, tonalità calde (gialli, ocra rossi) sulle superfici meno illuminate e verdi, grigi, azzurri nelle zone direttamente colpite dai raggi solari (Astoreau). Partendo da queste semplici considerazioni appare evidente quanto l'inserimento di un sistema di illuminazione artificiale si riveli appunto «artificiale» e possa essere devastante. Si è discusso a lungo se non fosse opportuno visitare un museo di arte antica solamente alla luce naturale, argomento attualmente in discussione anche alla National Gallery, o come le esperienze già attuate, tra tante, per un castello alla periferia di Copenaghen. Per contro, a volte, sembra prevalere e anche qui, tra tanti esempi, Castel Beseno in Trentino, isolato sullo sfondo nero della montagna, immerso in una abbacinante illuminazione esclusiva quale astronave proveniente da un mondo lontano. Modi diversi di affrontare il tema: certo il primo, la rinuncia ad un impianto di luce artificiale può provocare inutilizzazione, mancati introiti, ridotta fruizione. Dall'altro, l'alterazione dell'opera, la sua collocazione nell'isolamento e nell'irrealtà, la sua decontestualizzazione, la modificazione dei rapporti tonali e volumetrici. Ma questi ultimi danni non saranno transitori: non è vero che allo spegnimento della luce tutto torna come prima, i danni si riveleranno permanenti così come qualsiasi studioso di comportamento può confermare, analogamente a quanto succede a noi tutti che porteremo per sempre nel ricordo una pellicola vista una sola volta o un avvenimento partecipato tanti anni prima. E ne resteremo condizionati. È difficile spiegare ai tanti responsabili e tecnici che in questi anni hanno stravolto gli interni delle chiese, le pareti dipinte, le facciate, i porticati con luci radenti, con fonti luminose plurime, dal basso verso l'alto, con variazioni cromatiche. Si tratta di esibizioni teatrali di una messa in scena di una città fittizia, improbabile, atemporale che risponde per dirlo con Wordswort ad «una sete degradante di stimoli violenti», un allestimento per occhi e menti indifferenti. «L'architettura è già creata per la luce e con la luce» (Gombrich) luci e ombre che sono esse stesse architettura. Sarà difficile rieducare ad una corretta conoscenza le masse di visitatori che hanno affollato una recente mostra delle opere del Canova orgogliosamente illuminate dal basso. Neanche il Canova le aveva mai viste così. O dimenticare gli esperimenti illuminotecnici al Castello Sforzesco di Milano. O ancora riportare a dimensione umana i tanti che, grazie ad un'annunciata «installazione artistica», cammineranno prossimamente sulle acque del lago di Iseo, insidiando l'esclusiva biblica, osservando niente di più che naturali punti di vista ma in condizioni di moto innaturale. Diceva Edgar Wind che «bisogna recuperare per le vie tortuose dell'erudizione storica, una grande massa di conoscenze contingenti prima che un'opera, il cui soggetto è stato dimenticato, possa rifiorire esteticamente. Un fatto contingente può darle la vita, ma un fatto contingente può anche ridurla in ombra».