Dici Libraccio e ritorni in un attimo a tempi del liceo. Le vacanze iniziavano con pomeriggi in coda in attesa di vendere i libri e si concludevano a settembre davanti agli stessi scaffali, per completare la lista per il nuovo anno. Un rito che accomuna da trentacinque anni generazioni di studenti, in tutta Italia. Dietro quel rito c'è Edoardo Scioscia, fondatore e presidente del gruppo Libraccio, 40 punti vendita in Italia. Le regole sono cambiate? «Abbiamo vissuto la nostra giovinezza in anni straordinari, siamo entrati nel sociale con energia, volontà, passione. Quella per i libri». Come ha cominciato? «Il primo anno al liceo Frisi di Monza, era il 1972. Davanti alla scuola con i compagni raccogliamo i libri usati in conto vendita, tratteniamo una percentuale per pagarci la stampa dei ciclostili». Dopo il liceo? «Mi iscrivo a Giurisprudenza, ma ho in mente il mondo dei libri. Lavoro al mercatino di piazza Vetra e conosco i miei soci tra le cassette di frutta. Il primo "Libraccio" apre sui Navigli nel 1978 con Alda Merini che girava tra gli scaffali in pantofole. Il secondo è a Monza, in piazza Indipendenza nel 1982. Ricordo giornate intere a montare scaffali e poi l'incontro con Peo Monguzzi, ex pompiere con la vocazione del libraio. Ancora oggi un grande animatore culturale, attento come me ai dettagli, perché in fondo vendiamo emozioni». Come si vende in tempi di crisi? «Abbiamo precorso i tempi quando nessuno parlava di libri usati, riciclo, risparmio per le famiglie. Oggi andiamo ancora controcorrente, apriamo nuove librerie, le rendiamo più belle e, soprattutto, continuiamo a credere nel libro di carta. Ho tanti sogni, uno è quello di aprire un "Libraccio" a Napoli». Se dovesse raccontare la Brianza in un libro? «Sceglierei un film. Nel "Capitale umano" di Virzì ho ritrovato certi ambienti. L'enclave tra grandi famiglie che esiste anche a Monza, un piccolo mondo medio borghese poco illuminato». Un luogo del cuore? «A Monza ho abitato in un appartamento all'ultimo piano della torre di Teodolinda. Piccolo, ma molto romantico. Oggi il mio rifugio è a Imbersago: affitto da anni una casa nel verde, l'ho riempita di libri. Colleziono manuali Hoepli, libri di pittura monzese dell'Ottocento, volumi su Imbersago e l'Adda. Ci sono luoghi che sono belli come la Toscana». Le è mai venuta l'idea di scrivere? «No, ognuno "fa el so mestée"». I monzesi che lettori sono? «Fortunati perché in città c'è ancora un bel tessuto di librerie e attenti perché apprezzano gli incontri in libreria. Cosa che nelle grandi città funziona meno o non funziona più». Il best seller in città? «"La dieta del dottor Mozzi", un successo nazionale che è partito da qui, dal mercato biologico del Carrobiolo, quando non lo conosceva nessuno». Un regalo per Monza? «Stiamo lavorando alla ristampa del volume "La città di Teodolinda" di Valeriana Maspero. Sarà una storia di Monza pensata per i bambini e l'assessorato all'educazione ne farà dono a tutti i bambini che escono dalla quinta elementare. Della stessa autrice ho sul comodino "Il ghibellino di Modoetia": sono sempre in arretrato di almeno dieci libri, ma è il prossimo che leggerò». Un'iniziativa da proporre? «Ricordo con nostalgia la fiera del libro sotto i portici dell'Arengario e gli anni di Librinvilla al Serrone di Villa Reale. Era un'iniziativa di nicchia, riservata ai piccoli editori, ma è stata capace di richiamare molte persone. Ora che abbiamo a disposizione una Villa restaurata si dovrebbe pensare un evento in grande, magari un premio letterario, un festival, ma la forza di noi librai non basta, ci vuole l'appoggio delle istituzioni e la sponsorizzazione di qualche imprenditore illuminato». Il libro che manca? «Per Monza una guida agevole, possibilmente anche in inglese perché il turismo è in crescita e finalmente la città ha scoperto di essere bella e con molto da offrire».