Conclusi i lavori di restauro torna visitabile dopo 15 anni. Giovedì l'inaugurazione L'estate scorsa fu utilizzata per un toga party abusivo con un centinaio di persone ISOLA DI GIANNUTRI. Una visita breve, semiblindata, per pochi giornalisti della stampa estera, ha fatto da prologo - ieri - alla riapertura della Villa romana di Giannutri, prevista in pompa magna per giovedì 25. Torna visitabile, quindi, dopo alcuni lavori di restauro, uno dei luoghi-simbolo dello sfarzo di epoca imperiale. Un anno fa, qui, un centinaio di turisti organizzarono un toga-party abusivo raccontato sui social e poi denunciato alla magistratura. Adesso è diverso. Una rete alta due metri circonda la villa e le pertinenze. Per entrare va aperto un cancello con il lucchetto e la prima impressione che si riceve scalando gli stradelli che da Spalmatoio portano all'area archeologica è quella di un piccolo miracolo. Un'operazione riuscita, quella del recupero, che dopo 15 anni restituisce al resto del mondo la magnifica terrazza sul Tirreno. In un attimo la mente corre a ciò che potevano vivere e vedere i fortunati (o sfortunati, nel caso della schiavitù) che qui vissero nel secondo secolo dopo Cristo. La villa edificata nel dalla famiglia dei Domizi Enobarbi era un luogo di rifiugio estivo all'epoca di Nerone. Sui fondali ancora oggi giacciono relitti di navi mercantili, che testimoniano gli antichi traffici marittimi con la terraferma. Romani che hanno lasciato in eredità a Giannutri un'opera che ancora oggi colpisce per la sua imponenza e comunica sfarzo, nonostante alcuni elementi architettonici si possano ormai solo intuire. «Fino a giovedì - spiegano i forestali che accompagnano i giornalisti - non si possono divulgare fotografie. E' una disposizione della soprintendenza». Il taglio del nastro lo faranno a quattro mani il presidente del Parco dell'Arcipelago Giampiero Sammuri e il Soprintendente Andrea Pessina. L'iniziativa di ieri, invece, nasceva sull'asse Comune-Regione. «La villa - spiega la guida - copriva in origine una superficie di circa 5 ettari e aveva un grande balcone accessibile direttamente dal mare tramite una lunga scalinata». Scale che non è possibile calpestare, ma solo vedere. Dagli scavi effettuati in passato sono venuti alla luce resti di pavimenti decorati con marmi di Carrara o provenienti dall'Egitto; e poi mosaici in bianco e nero, che un tempo abbellivano stanze enormi. A colpire più di ogni altra cosa, però, sono le colonne di granito e i capitelli in marmo bianco. Nelle due ore di visita c'è tempo anche per cogliere qualche magagna: restauri del passato non proprio impeccabili, il rimboschimento a pini, alcuni muri che rischiano di franare se non si interverrà al più presto. Eppure quando riparti sei soddisfatto. Immagini quel periodo, immagini quel complesso a regime. Gli alloggi della famiglia imperiale, dove tre saloni erano addirittura provvisti di impianto di riscaldamento, quartieri per gli schiavi, terme, annessi. E' ancora ben visibile peraltro il sistema di condutture e cisterne che distribuiva in tutta l'isola l'acqua piovana raccolta a monte, o quella importata dal continente. Insomma, vale la penna fare un'ora di battello fino a Spalmatoio. C'è tempo anche per un bagno.