VERONA. Il «mistero» delle selci blu? «Si è trattato di un evento imprevedibile» e comunque, da parte del Museo, «nella movimentazione e nella conservazione dei reperti sono state seguite tutte le procedure previste». In ogni caso, ad assumere quella «strana» colorazione bluastra «è stata solo una minima parte, circa il 2 per cento, delle selci». Eccoli, i punti salienti della linea difensiva di Alessandra Aspes, 72 anni, all'epoca dei fatti direttrice del Museo di Storia Naturale di Verona. E' a lei (difesa dagli avvocati Marina Iacobazzi e Giovanni Maccagnani), che l'accusa imputa «il giallo» delle selci blu, il «mistero» dei reperti archeologici che, custoditi all'ex Arsenale di Borgo Trento, si erano dipinti di blu. Dai carabinieri del Ris ai tecnici di Spisal e Arpav, dagli ispettori del ministero agli esperti della Soprintendenza, dall'Università di Padova alla commissione d'inchiesta istituita dal Comune per fare chiarezza su un caso che, dal 2010 in poi, aveva finito per mobilitare anche la scienza internazionale dopo essere stato denunciato sulle colonne della rivista «Nature »: all'elenco di 007 che si ingegnarono per risolvere il caso, 5 anni fa, si era aggiunta anche la procura che contesta alla Aspes il reato di«danneggiamenti». Un'accusa che la magistratura motiva con il fatto che l'allora dirigente della struttura avrebbe «omesso di garantire la corretta conservazione dei reperti archeologici già depositati presso Castel San Pietro, cagionando il danneggiamento di diversi reperti, omettendo altresì di ordinare e catalogare la collezione». Contestazioni da cui ieri, al processo davanti al giudice Raffaele Ferraro, la Aspes si è difesa sottoponendosi all'esame in aula. Sono saltate, invece, le deposizioni della lunga lista di testi citati da pm e difesa: ieri erano regolarmente presenti in tribunale, ma il giudice con l'assenso delle parti ha disposto l'acquisizione degli atti dando appuntamento a settembre per discussione e sentenza.