Come ha fatto rilevare il deputato regionale di Ncd, Vincenzo Vinciullo, 2 milioni di euro sono stati assegnati alla SOpRINTENDENZA ai Beni culturali di Siracusa per eseguire il progetto. «Si tratta - puntualizza il sindaco di Palazzolo, Carlo Scibetta - di un progetto che era stato presentato 4 anni fa. Ora è auspicabile che venga finanziato con 2 milioni di euro, previsti nella programmazione degli interventi dell'Unione europea 2014-20». Il progetto prevede la messa in sicurezza di tutta la zona, considerato che il sito archeologico dei Santoni si trova in una zona impervia. Pertanto, i lavori prevedono di rendere agibile tutto il luogo; evitare il pericolo di smottamenti; realizzare una biglietteria autonoma (attualmente ci si deve rivolgere alla biglietteria del Teatro greco per potere visitare i Santoni); realizzare dei servizi igienici, e, infine, togliere quelle antiestetiche grate che proteggono le sculture dei Santoni e sostituirli, magari con del vetro antisfondamento. Sembra avere imboccato, quindi, la strada giusta la valorizzazione dei beni culturali nel territorio ibleo. Da tempo si punta sul turismo per costruire il futuro dei giovani di questi centri montani. Ma poi quando si è trattato di avere dei finanziamenti per tenere fruibili questi siti archeologici si presentava il solito problemi: non ci sono soldi. I Santoni sono delle statue del periodo ellenistico. Purtroppo il grado di conservazione delle sculture è oggi pessimo. Il motivo è inverosimile: le statue furono volutamente danneggiate negli anni Cinquanta, a colpi di piccone, da un contadino che mal sopportava le continue presenze dei tanti visitatori. Ma pur essendo rovinate, le figure mantengono un fascino particolare, forse collegato alla suggestione del luogo ed al mistero che circonda ancora questi reperti. «Un monumento singolarissimo, di grande interesse per la storia delle religioni del mondo antico, espressione di un culto e di una rappresentazione popolare»: così scrisse nelle sue varie pubblicazioni l'archeologo Luigi Bernabò Brea, che studiò a fondo il sito archeologico. In effetti, bisogna immaginare queste figure, oggi rovinate e sbiadite, colorate ed adornate con corone bronzee o auree, con bracciali più o meno preziosi (i fori praticati a fianco delle teste e delle braccia a ciò servivano), ed altri adornamenti di stoffe e di serti di fiori o di querce o di pini. Un po' come accade ancora oggi in Sicilia in occasione delle feste religiose dei santi patroni. Riti arcaici, suggestivi, che si ripetono, senza soluzione di continuità, nelle tradizioni popolari della nostra terra. Tra sacro e profano. Pur essendo rovinate, le figure mantengono un fascino particolare, forse collegato alla suggestione del luogo ed al mistero che circonda il culto della dea Cibele in Acre. Ora, si spera che i 2 milioni di euro sia presto disponibili perché se non si interverrà in tempo, al posto del contadino ci sta pensando madre Natura, a cancellare questo sito archeologico, che si trova in un costone proprio a ridosso dell'antica città greca di Akrai. Lungo un sentiero, si trovano dodici grandi figure scolpite nella roccia, dieci delle quali riproducono la medesima figura femminile, mentre gli altri due contengono scene più complesse, con una pluralità di personaggi. Quest'ultime due scene costituiscono un enigma che ancora nessun è riuscito a spiegare. Gli studiosi sostengono che quello di Palazzolo sia il più vasto e complesso santuario dedicato al culto della dea Cibele, quella che i romani chiamarono la "Magna Mater", la grande madre di tutti i viventi, protettrice della fecondità, signora degli animali e della natura. La sua venerazione era accompagnata da un corteo orgiastico, con danze sfrenate al suono di flauti, timpani e cembali ed estasi deliranti, durante le quali i sacerdoti si flagellavano e arrivavano ad auto evirarsi. Ciò che però resta un mistero è come si sia istaurato qui il suo culto, addirittura originario dell'Anatolia; la prima attestazione della dea è una statuetta neolitica di un donna dal seno prosperoso e dal ventre sporgente, ritrovata presso CatalHuyuk, nell'attuale Turchia. Infatti, il centro principale del culto di questa divinità orientale della fecondità era Pessinunte, da cui passò, approssimativamente nel VII secolo a. C., nelle colonie greche dell'Asia minore e, successivamente arrivò nel IV secolo a. C. a Siracusa. Ed è probabile che dai siracusani sia stato introdotto alla fedele colonia di Akrai. Sotto l'influenza greca, il culto perse molte delle sue caratteristiche barbariche, che riaffiorarono in epoca ellenistica. Un primo riscontro della dea Cibele si trova nella religione ittita. In quella religione la veniva chiamata Kububa, ma il nome con cui veniva conosciuta nella regione Frigia della Turchia era, appunto, Cibele, e con questo nome, si pensa, sia stata portata a Siracusa dai Corinzi, che, fondando la colonia di Akrai, istituirono anche questo culto. Questo perchè Dionigi II, tiranno di Siracusa, successivamente cacciato dalla città si rifugiò a Corinto e divenne sacerdote del santuario di Cibele, influenzando anche la sua terra di origine (infatti la dea viene rappresentata col peplo e strumenti come il timpano tipicamente greci). La mitologia ellenica riguardante questa divinità venne elaborata dall'eleusino Timoteo che riscrisse il mito frigio, basandosi su fonti più certe. Questo racconto è particolarmente interessante, poiché in essi confluiscono molte altre divinità, che a loro volta sono protagoniste di molti altri racconti: come Deucalione e Pirra, Zeus, Dioniso, il melograno (elemento principale del mito di Persefone). Ritornando al santuario dei Santoni, è importante dire che questo è unico in Europa; probabilmente i dodici rilievi della divinità, non erano forse semplici edicole votive, bensì proprio delle stazioni, come se indicassero i punti di sosta di una processione di un particolare rito, analogamente alla via crucis del mondo cristiano. Paolo Mangiafico 09062015