«Domenica, ore sei. Tutti si danno del lei intorno ai tavolini piccolini e sudicini dei noiosi caffè. Piazza Vittorio, piazza rottorio dei coglioni domenicali. Piazza dei fiaccherai che non parton mai, piazza delle signore che sorridono a ore. Piazza dei letterati che dicon male di tutti assaggiando i gelati sotto gli occhi di tutti. Piazza Vittorio, dove il re sul cavallo sta come un ciborio di bronzo patriottardo». È trascorso più di un secolo da quando la premiata ditta Papini, Palazzeschi Soffici pubblicò questa spregiudicata satira di un pomeriggio autunnale nell'odierna piazza della Repubblica sull'«Almanacco purgativo di Lacerba per l'anno 1914», volume oggi introvabile anche nella ristampa anastatica che ne apparve, nei primi anni '80, con le Nuove Edizioni Enrico Vallecchi. Sotto i portici delle Poste o seduti nei déhors delle Giubbe Rosse ci si dà sempre meno del lei, fra venditori ambulanti, caricaturisti e buttadentro di ambo i sessi. Le signore non sorridono più a ore, i letterati continuano a parlarsi male l'uno dell'altro, anche se il rito del gelato delle sei è stato sostituito da quello dell'apericena. Con i petulanti abusivi che a volte interrompono le conversazioni a metà per vendere ombrelli e l'invadenza dei cori etnici, la piazza è ancora una «piazza rottorio», ma la rima non torna più. È divenuta, dopo il referendum istituzionale, piazza della Repubblica: nemesi storica per un sovrano che era divenuto a sua volta re d'Italia con plebisciti sulla cui limpidezza sono stati sollevati molti dubbi. Il monumento equestre di bronzo «patriottardo» non c'è più, ma non per una questione politica. Il trasferimento risale al 1932, quando la sua mole fu traslata nei più ampi spazi del piazzale delle Cascine. Non se ne dolsero in molti, nemmeno fra i monarchici più accesi. Facezie dei lacerbiani a parte, non era un capolavoro. Opera accademica, parlava un linguaggio artistico ormai superato, e non solo agli occhi dei futuristi fiorentini del '13, che per altro di lì a poco, divenuti patrioti, sarebbero andati a sfidare la morte al grido di «Avanti, Savoia!». Già Telemaco Signorini l'aveva definito una «porcata» e Vamba, con la consueta arguzia, aveva parlato di un «Vittorio Emanuele a corpo sciolto». Il suo artefice, Emilio Zocchi, era il meno fortunato cugino di Costantino, autore della statua di Garibaldi a Firenze, ma soprattutto di quel monumento a Dante in una Trento ancora sotto il dominio austriaco, la cui inaugurazione aveva provocato un mezzo incidente diplomatico fra Roma e Vienna per le valenze irredentiste che gli erano state attribuite. Certo, il 20 settembre 1890, quando era stato inaugurato prima ancora che la piazza fosse ultimata, il monumento al «Re Galantuomo» piacque, e molto, a quella platea di onesti borghesi umbertini orgogliosi che sulle rovine dell'antico ghetto fosse stato realizzato il nuovo salotto buono della città, con i suoi portici, le sue birrerie, i suoi café chantant. In pieno autunno del Risorgimento, per citare il titolo di un vecchio volume di Giovanni Spadolini, la retorica figurativa dello Zocchi faceva il paio con la retorica architettonica dei palazzi disegnati da Vincenzo Micheli, primo fra tutti il Grand Hotel Savoy, e con la paludata eloquenza della lapide attribuita al dantista Isidoro del Lungo, che celebrava la restituzione «a nova vita» dell'antico centro cittadino. Oggi è stata decisa una doverosa ristrutturazione della piazza, che, pur senza restituirla ai fasti dell'età romana, quando era lastricata in marmo di Luni, si spera restituisca almeno equilibrio alle sue pietre sconnesse. E in concomitanza con essa è stata avanzata la proposta di riportare nello spazio non più intitolato a lui il monumento a Vittorio Emanuele II. Ostracismi di indole politica non si dovrebbero manifestare, visto che al Re Galantuomo non possono essere addebitati fatti e misfatti dei successori e che il suo nome già sopravvive nell'omonima via, caso unico per un Savoia, dopo la «bonifica toponomastica» operata nel secondo dopoguerra dal sindaco Fabiani in conflitto col prefetto Paternò. Ma nulla è sicuro, nella «città partita» in cui, come suggeriva Dante, la presenza di un tempio dedicato al Dio Marte è sempre stata foriera di contrasti bellicosi. È improbabile, perciò, che il ritorno di Vittorio Emanuele nella sua ex piazza avvenga in un tripudio di folla, come un 20 settembre di tanti anni fa. Eppure non è illecito sperare in questa piccola riconciliazione dell'Italia con un passato che è anche monarchico. A quasi 70 anni dal referendum, sarebbe bello se Re e Repubblica potessero convivere nella stessa piazza, magari con la «divina indifferenza» cara a Eugenio Montale, il più titolato fra i letterati frequentatori dei caffè di «piazza Rottorio».
Firenze. Per la Repubblica. E per il Re. Una piazza per riunire la storia
La piazza Vittorio, nota anche come piazza rottorio, è un luogo di incontro per la gente a Roma. Il testo descrive la piazza come un luogo dove le persone si riuniscono per bere un caffè o mangiare un gelato, ma anche come un luogo dove ci sono venditori ambulanti, caricaturisti e persone che si danno del lei. La piazza è stata intitolata a Vittorio Emanuele II, ma il suo nome è stato cambiato in piazza della Repubblica dopo il referendum istituzionale. Il monumento a Vittorio Emanuele II è stato trasferito nel 1932 e non è più presente nella piazza.
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