«C'è qualcosa d'immorale nel non voler soffrire per la perdita della bellezza, per la patria rotolante verso chi sa quale sordido inferno di dissoluzione, non più capace di essere lume nel mondo». Lo scriveva oltre trent'anni fa, nel 1983, nel suo libro Un viaggio in Italia , Guido Ceronetti. Il quale davanti a certe immagini di abbandono si sentiva «ruggire di dolore». E c'è davvero da ruggire di dolore come il poeta e drammaturgo torinese nel vedere le condizioni disperate, coi tetti scoperchiati e le erbacce, in cui versano le Cascine di Tavola. Poco più d'una ventina di anni fa, nel 1992, negli «Itinerari laurenziani», ripresi dal sito web del Comune di Prato, era scritto che «nel tratto di pianura compreso fra Poggio a Caiano e Prato», lungo il fiume Ombrone che la separa dai terreni della villa medicea, la fattoria «creata per volontà di Lorenzo il Magnifico» era «rimasta pressoché intatta nelle sue linee originarie...». A vederla oggi, quella fattoria modello ridotta a un rudere infestato da grovigli di sterpi, torna in mente quanto scrisse quasi due secoli e mezzo fa Donatien-Alphonse-François de Sade. Sconvolto dalla mancanza di cure dedicate dai toscani al patrimonio ereditato dagli avi: «Che cosa direbbero Dante, Petrarca, Machiavelli, Michelangelo e tanti altri, se tornassero in quest'antica patria delle arti e vedessero lo stato di abiezione e di annichilimento in cui sono ora ridotte?» Ancora più furente sarebbe, il conte libertino (), se potesse confrontare quelle rovine con i ricordi di ciò che fu quella tenuta agricola medicea. Una meraviglia. Così come emerge da La fattoria di Lorenzo il Magnifico di Marco Masseti, docente di Biologia all'Università di Firenze. Il quale ricostruisce passo dopo passo la cura, la curiosità e l'amore con cui il signore di Firenze volle che la sua creatura agricola venisse arricchita con una gran varietà di animali fatti arrivare «dalle più diverse parti dell'ecumene del tempo»: vacche «lombarde», maiali calabresi, conigli iberici, uccelli siciliani, bachi da seta orientali Non mancava lo zibetto africano, al quale Lorenzo de' Medici dedicò dei versi: «Donne, quest'è un animal perfetto a molte cose, e chiamasi 'l zibetto. E' vien da lungi, d'un paese strano; sta dov'è gemizion over pantano, in luoghi bassi, e chi 'l tocca con mano, rade volte ne suole uscir poi netto». Per non dire della giraffa mandata in dono a Lorenzo «dal Soldano di Babilonia» che in realtà era il sultano mamelucco d'Egitto El-Ashraf Kait-Bey, nel 1487. I fiorentini rimasero a bocca aperta, raccontano i cronisti, perché quella giraffa «era sette braccia alta, e 'l pié come 'l bue» e così quieta che poteva prendere una mela dalla mano di un bambino. E tanta curiosità sollevò che dovettero portarla in giro per conventi perché la vedessero anche le suore di clausura. Un impazzimento tale che il «camelopardo», com'era chiamata la giraffa, finì addirittura nel corteo di una «Adorazione dei Magi» del Ghirlandaio e nel «Tributo a Cesare» lasciato incompiuto da Andrea del Sarto... Fondata probabilmente nel 1477 con la bonifica di un territorio di 350 ettari bagnato dall'Ombrone, la tenuta fu molto più che una grande fattoria. I radicali interventi urbano-paesaggistici voluti da Lorenzo, scrivono () Guido Ferrara e Giuliana Campioni, «costituirono, e costituiscono tutt'ora, il territorio privilegiato dell'utopia, dove si perpetua l'ideale umanistico di un armonico dominio sulla natura». Prati, boschi, allevamenti, una risaia sperimentale Insomma, qualcosa di prezioso. Molto prezioso. Ideale per offrire ai turisti colti di tutto il pianeta, da sempre innamorati di Firenze e dei Medici, la ricostruzione fedele d'una fattoria come veniva immaginata nelle fantasie rinascimentali. Non ce ne sono altre, in giro. Le Cascine medicee sono uniche e irripetibili. Perciò lascia esterrefatti la cecità «criminale» (aggettivo usato al processo dal pubblico ministero) con cui la soprintendenza di allora consentì la trasformazione del complesso monumentale, finito di mano in mano alla società immobiliare «Agrifina», in una specie di «Firenze due»: 160 bilocali (alcuni col giardinetto privato) più un hotel a quattro stelle, un ristorante e parcheggi e negozi, centri benessere e campi da tennis e palestre, fitness, saune Solo l'intervento degli ambientalisti, degli amanti delle belle arti, di Legambiente e soprattutto Italia nostra, che si batte da anni per il recupero della preziosa struttura, fermò la speculazione edilizia. Quando intervennero i magistrati, nel 2008, era tardi: i tetti e i solai erano già stati rimossi. E gli edifici scoperchiati rimasero esposti, rovinosamente, alle intemperie. Dice tutto un episodio del 16 febbraio 2011 descritto dal giornale «Il Tirreno»: «Quel giorno davanti al sostituto procuratore Laura Canovai si presenta la soprintendente Alessandra Marino, convocata dal magistrato, e le viene chiesto se e quando fosse stato intimato ai privati di provvedere alla tutela della Fattoria». Cioè almeno alla copertura di tutti gli edifici scoperchiati. La risposta della funzionaria preposta alla tutela di quel gioiello abbandonato al degrado gela il sangue: «Ieri». Il processo agli speculatori, concluso in primo grado nel febbraio del 2015, è stato un'altra sofferenza. Leggi alla mano (e si sa quanto poco il legislatore si sia negli anni interessato alla tutela del patrimonio culturale) il giudice monocratico Monica Jacqueline Magi ha potuto solo disporre la confisca delle cascine e la condanna dell'unico imputato, l'ex rappresentante legale della società «La Fattoria Medicea srl», fallita nel 2012, a sette mesi con la condizionale. Sette mesi. Due in meno, per un danno di milioni e milioni di euro, rispetto ai nove dati a un immigrato senegalese di 39 anni, rimasto disoccupato, mai arrestato e mai fermato prima, per avere tentato di rubare in un supermarket di Monza un paio di confezioni di latte in polvere per il figlioletto appena nato. E l'ex sovrintendente che diede il consenso alla lottizzazione? Prescritta. Da arrossire Torneranno finalmente alla vita, ora, dopo essere state umiliate, le cascine medicee? Solo se il Governo, la Regione, il Comune o qualche mecenate saranno in grado di capire che il recupero di quelle cascine, magari per restituirle al ruolo di fattoria modello aperta all'agricoltura d'avanguardia, alle università e al turismo colto, non è soltanto un dovere verso la nostra storia e ciò che ci hanno lasciato i nostri padri. Ma anche una straordinaria opportunità economica.
Corriere della Sera
14 Giugno 2015
In abbandono la cascina dei Medici. Dove giraffe e zibetti erano di casa
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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