Il Comune di Firenze alla fine ha detto sì. Ha detto sì all'eredità di Vinicio Berti, artista prolifico e vitale, fra i maggiori esponenti dell'astrattismo italiano, nonché grafico e illustratore. Un corpus imponente, «598 opere ci precisa Antonella Nesi, responsabile delle collezioni del Novecento del Comune oltre ai diari, dal '47 al '91, anno della morte, schizzi, bozzetti, disegni, manifesti. Più tre sculture polimateriche e una mole di documenti. Ho visto che c'è del materiale molto interessante, particolarmente le opere degli anni '40-'50, con un suo autoritratto e dei paesaggi che non mi sarei aspettata da lui». Rilevata dal Comune, l'eredità è ora conservata nei depositi attrezzati della municipalità fiorentina, già ricca di 1.500 opere. «Siamo appena all'inizio del lavoro prosegue la Nesi Mi piacerebbe valorizzare questo nostro patrimonio con dei piccoli camei di mostre, ma vedremo. Il Museo del Novecento già espone un significativo nucleo di opere di Berti, capiremo come muoverci quando si realizzerà l'ampliamento su via Palazzuolo». Conferma Valentina Gensini, responsabile del Museo del Novecento: «Il lascito Berti è molto copioso, contiene opere, diari e appunti, fotografie ed un lotto di libri non ancora inventariato. Stiamo iniziando uno studio approfondito per valorizzarlo. Nel frattempo i diari consentiranno un interessante approfondimento su un artista già presente in collezione grazie alla sua risposta all'appello di Ragghianti nel 1966-67, quando gli artisti di tutto il mondo donarono loro opere per ripagare Firenze dell'oltraggio dell'alluvione. Da lì nasce il nostro museo». Le opere sono rimaste nell'abitazione che l'artista condivideva con la compagna Maria Libera Pini fino alla morte di lei, nell'aprile 2012, che in vita si privò di tutto pur di conservare intatto il corpus, destinato a una pubblica donazione. Lo Stato non è riuscito a farsene carico: «Facemmo diversi tentativi per creare una cordata che permettesse di accettare quelle che complessivamente sono circa mille opere ricorda Antonio Natali, direttore degli Uffizi praticamente un museo». Ci ha pensato il Comune. «Se non ci fossimo riusciti, alla fine il lascito sarebbe andato al canile comunale», ci rivela la Nesi. La titanica impresa di catalogare tanto ben di Dio ha richiesto quasi due anni. Impresa portata a compimento da Elisabetta Mignoni, coadiuvata da Giovanna della Scala, su incarico del tribunale di Firenze, di cui la Mignoni è consulente tecnico unico. La frequentazione della due catalogatrici con Berti ha radici professionali di lunga data, essendo l'una la responsabile, l'altra la referente per l'arte moderna e contemporanea, della Maison Bibelot, casa d'aste che da anni valorizza il lavoro dell'artista. Proprio ai primi di marzo un quadro del 1988-89 è stato aggiudicato a 6.000 euro. «Il materiale è davvero interessante ci racconta la Mignoni Berti era calato nella realtà, vicino al Partito comunista, anche se con posizioni critiche: ci sono infatti opere con la falce e il martello e diversi manifesti per i festival dell'Unità, ma lui e la compagna erano persone vecchio stampo, molto amanti degli animali. La loro casa, all'ultimo piano di un ex convento, aveva due enormi stanze coi soffitti alti otto metri, zeppi dei loro lavori (anche Maria Libera Pini era un'artista, ndr ). Lei ha vissuto lì fino alla fine, il proprietario era molto affezionato a loro, la Pini è morta in casa sua. Dopo la dipartita le opere sono state stoccate in un magazzino, io ho lavorato i primi tempi nella casa e poi lì. L'accettazione del lascito da parte del Comune valorizzerà ulteriormente il lavoro di Berti, che si è andato sempre più apprezzando nel corso degli anni. Ha collezionisti da tutta Italia e pure da fuori. Ora non ci saranno più nuove opere a finire sul mercato. Nel fondo vi sono molti lavori degli anni '60 e '70, i più richiesti e i più rari. Ora se ne capisce il motivo, se li era tenuti lui». C'è anche una quantità impressionante di grafica. «Tutti i disegni, da quando lui era al fronte, in Friuli Venezia Giulia. Il materiale sulla guerra è ricchissimo. Poi i taccuini, dal 1947 alla morte, un sacco di fotografie, uno spaccato di storia artistica e cittadina, e i bozzetti per i fumetti e le illustrazioni». Berti, nato a Firenze nel 1921, dopo l'esordio in chiave realista ed espressionista (in rottura con la tradizione fiorentina, soprattutto post Rosai), è stato fra i protagonisti del movimento «Arte d'oggi» per approdare, nel 1947, alla pittura astratta. Di cui sarà uno dei protagonisti, fondando con Brunetti, Monnini, Nativi e Mario Nuti il gruppo dell'Astrattismo classico, il cui manifesto risale al 1950. Un'arte che, nonostante il rigore formale e il duro richiamo alla realtà, è sempre portatrice di una visione positiva. Che si è svelata appieno nei suoi fumetti, nel suo Pinocchio . Basta fare un salto alla trattoria Burde per capire molto di lui: «Era amico di mio zio racconta Andrea Gori, ultima generazione degli storici titolari Abbiamo molti suoi dipinti». Non solo due importanti tele degli anni '70, ma quel poeticissimo Pinocchio, dall'Osteria del Gambero Rosso a Burde del 21 dicembre 1990. L'anno successivo Berti sarebbe mancato.