Marco Fasser Funzionario architetto della Soprintendenza di Brescia La Pallata, piazza Paolo VI e i palazzi di fronte alla cattedrale, la cupola del Duomo, San Barnaba: tanti errori nelle luci per i monumenti. Raccolgo lo spunto di riflessione, apparso sulle pagine del Corriere , dell'arch. Renato Corsini sul tema delle illuminazioni effettuate su numerose architetture storiche della città. Nel passato l'illuminazione notturna degli esterni di palazzi privati e pubblici o di facciate di chiese era sporadica ed eccezionale, legata a eventi particolari. L'abbellimento luminoso era costituito da candele, lumini, torce e bracieri e aveva la funzione di richiamare l'attenzione verso il luogo ove si stava svolgendo uno specifico rituale e non era scontato che fosse indirizzato a evidenziare il partito architettonico dell'edificio. Non abbiamo, quindi, alcun riferimento storico che ci possa indirizzare su una questione squisitamente moderna e contemporanea come l'illuminare gli edifici monumentali, perché li si possa ammirare quotidianamente anche nelle ore notturne. Condivido le critiche osservazioni di Renato Corsini sulle soluzioni adottate che, molto spesso, preferiscono concentrare l'attenzione verso la facilità di alimentazione dell'impianto e sulla corrente disponibilità di un tipo di corpi illuminanti, senza preoccuparsi della ricaduta estetica sull'edificio e sul contesto urbano. Ad esempio l'illuminazione della Torre della Pallata ha appesantito, oltre che con la selva di proiettori posizionati sul recinto fiorito che impedisce di avvicinarsi alla vasca della fontana, anche le facciate degli edifici a contorno, opportunamente ingombrate da fari da palcoscenico. Identica modalità si riscontra in piazza Paolo VI sugli edifici fronteggianti la Cattedrale e il palazzo del Broletto. Forse si è confidato sul potere dissimulatorio dei miscugli, più o meno alcoolici, serviti dai locali sottostanti. Soluzione ancora più inquietante è quella realizzata per illuminare la facciata della ex chiesetta di S. Carlino (ora adibita a teatro), annessa a palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza in corso Matteotti, ove la suggestione scenica viene risolta con tre sbracci a doppio proiettore (uno verso il basso e l'altro per l'alto), fissati sulla cornice di separazione fra il primo e il secondo ordine architettonico. Tipico schema illuminotecnico utilizzato per i cartelloni pubblicitari di gradi dimensioni, di derivazione statunitense. Se per il passato la suggestione era costituita dal fascino della luce sprigionata da candele, lumini o torce, resa multicolore da schermi di carta oleata colorata o da vetri, ora credo si debba tendere a occultare alla vista l'oggetto sorgente della luce, affinché non accada come per le lucciole: magiche di notte ma repellenti di giorno. Ritengo che l'approccio a questo, non irrilevante, tema di «arredo urbano» debba essere risolto partendo da un'analisi strutturata dell'edificio o monumento celebrativo ma anche del suo contesto, per scoprirvi le potenzialità espressive e le suggestioni possibili. Poi il compito dell'illuminotecnico sarà quello di suggerire le soluzioni tecnologiche più appropriate. Come per molti altri problemi connessi a interventi su architetture storiche, ove ogni singolo caso ha specifiche proprie e necessita di soluzioni particolari, anche la valorizzazione tramite la luce deve essere affrontata con altrettanta cautela. È determinante la disamina dell'impianto compositivo della facciata, dei fronti esterni e dei materiali che li costituiscono, per ricercarne i caratteri salienti e i possibili percorsi dell'alimentazione; senza offenderlo con sgradevoli superfetazioni di cavi e corpi illuminanti e questo vale anche per gli edifici che fronteggiano l'oggetto del desiderio, affinché l'accrescimento dell'uno non costituisca detrimento degli altri. Non credo che si debba banalizzare la lettura di un'architettura storica (ma anche non) rendendo il suo aspetto notturno identico a quello del giorno, annullando così il trascorrere delle alterne fasi della luce e delle tenebre. Bisognerebbe ricercare quali elementi della composizione architettonica, se trasfigurati, potrebbero fornire emozionanti illusioni non godibili nelle ore di luce. Illuminare una facciata in modo uniforme, come se fosse irraggiata dalla luna piena in una notte tersa, può essere una soluzione per sfruttare il candido biancore della locale pietra «di Botticino». Mettere in luce i vuoti e in ombra i pieni, invertendone il rapporto ordinario, facendo uscire verso l'esterno la luce dalle aperture e rischiarando i porticati o androni, creando appunto l'effetto simile al «controluce», caro a tanti fotografi perché sfuma i dettagli e i contorni. Utilizzarlo per valorizzare gli edifici ove si svolgono le funzioni di governo può suggerire la metafora che i governanti lavorino anche la notte per risolvere i nostri problemi. Ma questa è però una metafora tristemente non originale. La soluzione del «controluce» potrebbe superare lo sgradevole effetto di edicolette sospese delle nicchie con statue della facciata della ex chiesa di S. Barnaba in c.so Magenta, mettendo in contrasto la siluette scura della statua con il biancore retrostante della nicchia, come se la luce trapassasse il muro per raggiungere l'esterno. Questi miei sintetici suggerimenti sono ben lungi dal voler indicare precise modalità progettuali ma solo aggiungere spunti di riflessione sull'argomento. Infine, condivido lo sconcerto di Renato Corsini quando ha osservato l'illuminazione della cupola del Duomo Nuovo, perché anch'io ho provato un senso di sgradevole repulsione, come si percepisce al cospetto di un accentuata foruncolosi adolescenziale. Ma, forse non ho colto la sottile ironia dell'ideatore che ha voluto evidenziare come la cupola sia la parte più giovane della Cattedrale. Appunto: l'adolescente. Un altro tema complesso è quello relativo alla illuminazione interna dei luoghi di culto, troppo spesso trasformati in palcoscenici. Ma questa è, come amava scrivere Kipling, un'altra storia.
Brescia. Luci e monumenti, quanti errori
Marco Fasser, funzionario architetto della Soprintendenza di Brescia, ha espresso le sue critiche sull'illuminazione notturna degli edifici monumentali della città. Secondo lui, l'illuminazione è spesso eccessiva e non considera l'estetica dell'edificio e del contesto urbano. Ha analizzato diversi esempi di illuminazione, come la Torre della Pallata, piazza Paolo VI e la cupola del Duomo, e ha suggerito di utilizzare tecniche di illuminazione più sottili e rispettose dell'architettura storica.
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