«OGGI purtroppo questa è la realtà: non esiste una strategia per lo sviluppo del Mezzogiorno». Le lucidissime, amare parole del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano sono arrivate nelle stesse ore in cui il presidente del Consiglio Matteo Renzi diceva, durante la riunione della direzione del Partito Democratico: «Tutto il Sud oggi è nelle nostre mani». Non c'è (purtroppo) contraddizione: non c'è strategia per il Sud perché il Pd non ha una strategia per il Sud. Non che il Pdl ne avesse una: come dimostra, in Campania, il bilancio fallimentare con cui si è chiuso il governo della giunta guidata da Stefano Caldoro. Né c'è davvero da aspettarsi qualcosa dall'esperienza di Luigi De Magistris: che, al Comune, è riuscito nell'impresa di deludere pressoché tutte le aspettative che pure aveva suscitato. È dunque il Pd ad avere la massima responsabilità, in questo momento: e questa piana constatazione non apre scenari rassicuranti. Innanzitutto perché non c'è dialogo, né tantomeno un sano attrito, tra il governo centrale e la classe dirigente meridionale. Renzi si è catapultato alla guida del Paese direttamente dal governo di una città provinciale di media grandezza: un percorso senza precedenti, che ha escluso una vera conoscenza, e direi perfino un qualunque interesse, per la complessità territoriale dell'Italia, e del Mezzogiorno in particolare. Le «mani» nelle quali il Pd regge il Sud (per usare le parole del premier) rimangono dunque quelle della classe dirigente meridionale preesistente alla cosiddetta rottamazione: cioè un passato che non passa. Estenuati dalla discussione sulla sua "impresentabilità", non si è abbastanza sottolineato il paradosso per cui il candidato del "Rottamatore" in Campania era quello che più di tutti garantiva la mummificazione eterna dell'orrendo stato delle cose. Ma l'ex presidente Napolitano ha anche invitato a «reagire» all'«impoverimento spaventoso sul piano dei valori e dei comportamenti, e anche dal punto di vista culturale ». E la prima reazione del ceto intellettuale meridionale deve essere sul piano delle idee. Per esempio, dovremmo provare a chiarire di che cosa parliamo quando parliamo di "sviluppo". Perché questo sviluppo non può più essere quello industriale pesante, tanto caro anche alla sinistra campana della generazione dello stesso Napolitano, o quello che aveva in mente De Luca, quando ha sfregiato per sempre Salerno con la colata di cemento del Crescent. E nemmeno lo sviluppo criminogeno dello Sblocca Italia, che va avanti a botte di una tantum (vedi grandi opere inutili), scavalcando le leggi e contribuendo a far sprofondare il Mezzogiorno nella corruzione e nel degrado delle incompiute. È invece necessario costruire un modello sostenibile sul piano dell'ambiente e della salute dei cittadini: un modello che non pregiudichi, ma anzi esalti, la qualità del territorio e che riesca a tenere insieme economia, legalità, inclusione, produzione di conoscenza. Un esempio cruciale: il dramma infinito di Bagnoli, che può diventare, da teatro del fallimento dello sviluppismo classico, l'occasione per impostare un'altra crescita. Proprio dalla scelta del commissario di Bagnoli si capirà se il governo guarda ancora al modello decotto e distruttivo propugnato con lo Sblocca Italia, o è capace di voltare pagina. Una scelta che ancora non sembra all'orizzonte, nonostante ripetuti annunci del governo. Ma il punto vero è che non si può aspettare il commissario: la città qua come su altre questioni cruciali dev'essere capace di trovare una soluzione condivisa, e di imporla. La ricostruzione di Città della Scienza com'era e dov'era sancirebbe l'assenza di ogni strategia per uno sviluppo "diverso", e il perdurante disprezzo della legalità (in questo caso del lungimirante vincolo paesaggistico voluto e scritto da Antonio Iannello): laddove progetti come quello presentato da Luigi De Falco (che prevede invece il riutilizzo dell'Acciaieria, e la contestuale possibilità di restituire di una spiaggia ai napoletani) dimostrano che un altro sviluppo è possibile, e che esiste una classe dirigente che inizia a pensarlo e praticarlo. Si tratta esattamente delle «migliori energie della città che oggi sono escluse dalla vita politica», per riprendere un'altra delle frustate di Giorgio Napolitano. Queste energie indubbiamente ci sono, ma non trovano rappresentanza politica, né riescono a connettersi in un fronte capace di propugnare concretamente un'altra idea di sviluppo. La Campania, e tutto il Mezzogiorno, brulicano di associazioni, comitati, cooperative e piccole imprese che hanno un altro modo di lavorare per esempio con il paesaggio e il patrimonio culturale: una rassegna di queste esperienze si trova nel recente volume Sud Innovation, curato da Stefano Consiglio e Agostino Riitano. Questo modo è "altro" rispetto al modello mainstream che ha riguardato i grandi musei e i siti culturali nazionali e campani, tutti affidati in concessione a pochi monopolisti con forti connessioni politiche: un modello "estrattivo" (non a caso la parola d'ordine era, ed è, la messa reddito del "petrolio d'Italia") che non ha creato lavoro (se non precario e sfruttato), né conoscenza, né una vera economia diffusa sul territorio. La stessa Reggia di Caserta potrebbe diventare il luogo dove sperimentare un modello di governo del patrimonio culturale aperto al terzo settore, in stretta connessione con università e soprintendenza: e certamente sarebbe possibile farlo da subito con alcune delle chiese attualmente chiuse di Napoli, e con i siti archeologici tuttora affidati a incerte custodie private. Paradossalmente, l'inesistenza di una classe politica nazionale interessata alle sorti del Sud, e l'assenza di una classe politica locale minimamente credibile lasciano un enorme spazio a chi ha idee veramente innovative. È dunque venuto il momento di mettere a sistema questi, e molti altri, embrioni di futuro, di tenerli insieme all'interno di una visione strategica di uno sviluppo radicalmente diverso: e sta alle università, al mondo della cultura e della ricerca, alla cittadinanza attiva prendere la parola per dire quale sviluppo vogliamo, e come è possibile costruirlo. Non aspettiamo che qualcuno ci chieda di farlo: perché quel qualcuno, semplicemente, non esiste.
LO SVILUPPO DIPENDE DA NOI
Il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha affermato che non esiste una strategia per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha invece affermato che il Sud è nelle nostre mani. Il Pd non ha una strategia per il Sud, mentre il Pdl ha fallito con il governo della giunta guidata da Stefano Caldoro. Luigi De Magistris ha deluso le aspettative con il suo governo. Il Pd ha la massima responsabilità per il fallimento del Mezzogiorno. Il governo centrale non c'è in dialogo con la classe dirigente meridionale. Il presidente Renzi si è catapultato alla guida del Paese senza conoscenza e interesse per la complessità territoriale dell'Italia e del Mezzogiorno.
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