ISTITUZIONI CULTURALI e sostenibilità finanziaria: una discussione permanente, specie se consideriamo il protrarsi della contrazione delle risorse pubbliche e della crisi che spinge, dall'altra parte, le imprese private a non investire nel settore. Ma poiché nessun museo può finanziarsi in completa autonomia con i proventi derivanti dagli ingressi, si fa strada l'opzione dell' "affitto" delle opere d'arte a terzi che - ca va sans dire - ha sollevato un acceso dibattito tra detrattori assoluti e convinti sostenitori, ripreso in questi giorni dal quotidiano Indipendent a seguito dell'affitto da parte del British Museum di ben 500 oggetti agli Emirati Arabi. In Europa il Louvre ha avviato per primo una sorta di " licensing" museale, mettendo a disposizione il suo marchio ad Abu Dhabi per, si dice, 400 milioni di euro. Ma prima ancora hanno iniziato le istituzioni culturali targate Usa notoriamente più smaliziate - arrivando ad affittare opere di Renoir al Casinò Bellagio di Las Vegas pur di raccogliere fondi per i musei. L'esempio del Louvre ha intrigato molti altri musei. Sceicchi (e soprattutto sceicche) dei Paesi Arabi stanno aumentando verticalmente i loro investimenti in arte e cultura, con una visione di lungo periodo: in Qatar, per fare un esempio, l'Art Foundation ha la missione dichiarata di creare istituzioni culturali che dovranno servire a sostenere il Paese quando le risorse naturali esauribili (a differenza della cultura) come gas e petrolio saranno terminate. PROSPETTIVA lungimirante che spinge questi soggetti a partecipare alle aste di tutto il mondo, letteralmente a caccia di capolavori che potranno contribuire a costruire nuove e ricche collezioni e a costituire (o ri-costituire) potenze globali proprio a partire dal patrimonio artistico. Come testimonia anche il fermento dei cinesi, che acquistano ovunque quelle testimonianze che la rivoluzione aveva disperso, accompagnando alla corsa verso il futuro della Cina la ricostruzione della sua storia millenaria. Ma veniamo a noi. I nostri musei, detentori di un capitale culturale e artistico universalmente invidiato, versano spesso in condizioni al limite della sopravvivenza: chiusi al pubblico per carenza di risorse per la gestione, conservano nei loro depositi migliaia di reperti e opere che altrove nel mondo rappresenterebbero fortunate collezione a sé. Viene allora spontaneo pensare che l'affitto temporaneo potrebbe essere un'occasione, previo superamento dello steccato ideologico per cui "l'arte non si muove" mai e in nessun caso, per aprire la discussione su possibilità, norme e metodologie condivise. Occorre un censimento dei depositi, una catalogazione oggettiva e soprattutto un piano strategico che esamini rigorosamente pro e contro, opportunità e vantaggi dell'eventuale affitto di opere ad altre istituzioni a carattere pubblico meno "fortunate" , ai fini della sostenibilità finanziaria dei musei e perfino (!) l'ampliamento delle collezioni attraverso i nuovi fondi a disposizione. Possibilmente prima che una iniziativa isolata crei uno sregolato precedente su cui consumare il dibattito critico senza, come troppo spesso accade in Italia, formulare una proposta per un reale sviluppo.