LA sapienza dei contadini e la cura degli artigiani nel corso dei secoli hanno plasmato profondamente il paesaggio, rendendolo ciò che è oggi e rendendo noi ciò che siamo. Il modo in cui costruiamo lo spazio in cui viviamo dice infatti molto di noi e determina il nostro modo di abitare il mondo. Non solo perché nel rapporto con la terra l'uomo disegna anche il proprio futuro, ciò che reputa importante, quei valori che hanno la priorità nell'orientare l'esistenza collettiva. Ecco, se questa premessa è vera, oggi l'Italia non sta vivendo un periodo particolarmente felice. È sotto gli occhi di tutti il ritmo impressionante con cui i terreni agricoli vengono cementificati per fare spazio a capannoni spesso vuoti. È poi sufficiente osservare l'inesorabile processo di abbandono delle campagne, che priva proprio gli ecosistemi più caratteristici di quella mano dell'uomo che è parte integrante dell'equilibrio e della bellezza. Già, perché deve essere chiaro che il modo per difendere il suolo e il paesaggio non è "togliere l'uomo", creare oasi per turisti a targhe alterne, isolare e realizzare musei a cielo aperto. Quello è una piccola parte, che ha la sua importanza per territori particolarmente fragili, ma è minima e tale dovrebbe restare. Al contrario l'uomo deve tornare a occuparsi di territorio, ad abitarlo, tornare a stringere legami con la terra e a pianificare la gestione dello spazio. Senza uomo non c'è futuro per il paesaggio agrario e rurale italiano. Ci vuole però un approccio radicalmente differente rispetto a quello degli ultimi decenni. Dobbiamo tornare a educarci all'equilibrio, alla gestione sobria, alla risistemazione di ciò che già esiste. Ma soprattutto dobbiamo manutenere amorevolmente i nostri territori, consci del fatto che il gravissimo dissesto idrogeologico del nostro Paese ha anche un forte alleato proprio nell'abbandono dei territori marginali. L'enorme lavoro di pulizia dei boschi e dei fossi, di canalizzazione per il deflusso delle acque, di riparazione dei muretti a secco per contenere i pendii più a rischio l'hanno sempre e solo fatto i contadini. Loro hanno presidiato le campagne e le aree montane e le hanno mantenute, senza peraltro mai essere retribuiti per questo servizio. Un paese che non ha rispetto e non remunera i lavoratori della terra come può sperare di incentivare i giovani a ritornare all'agricoltura? Se un territorio agricolo non è vivo, non è l'habitat per una comunità umana coesa e radicata, non c'è alcuna speranza di mantenerlo bello, armonioso, sicuro. Il territorio agricolo del nostro paese è la nostra identità, è ciò che siamo e ciò che eravamo. Prendersene cura significa pensare a ciò che vogliamo per i nostri figli. Per fare questo occorre una buona legge sul consumo di suolo, che però nulla potrà se non ricominciamo noi stessi a fare ciò che un grande italiano, Luigi Veronelli, chiamava "camminare le campagne". Oggi alle 1-3, alla Repubblica delle Idee di Genova, Carlo Petrini parteciperà a " Vogliamo un Paese che non divori se stesso" con Antonio Gnoli e Tomaso Montanari