Perché tutte le città italiane, o quasi, sembrano essere afflitte dalla sindrome dell'immobilismo? Perché sembrano incapaci di affrontare e risolvere (davvero) i problemi che le assillano o perfino di provarci? I mali che attanagliano l'Italia li conosciamo. E quando voci autorevoli sottolineano la farraginosità del sistema, la vischiosità delle leggi, il conservatorismo corporativo, non fanno sconti politici a nessuno: dicono la verità. È un ostacolo molto alto che si para davanti a chiunque, in qualunque ruolo. Al centro come in periferia. Eppure la spiegazione non è del tutto convincente. Perché si avverte una sorta di rassegnazione collettiva che, colpevolmente, diventa complicità. Tre giorni fa è stato presentato nella elegantissima sala Galileo della Biblioteca Nazionale (che bello sarebbe vederla gremita ogni giorno) il libro di Zeffiro Ciuffoletti su Firenze capitale. Un recupero importante di un pezzo di storia cittadina (e italiana) che ha il suo centro il disastro finanziario che provocò al Comune quella breve parentesi. Ma la lettura del libro non lascia una sensazione negativa. Perché più che la dimensione (enorme) del crac colpisce il coraggio di scommettere, la voglia di guardare avanti , la determinazione nel superare una stagione drammatica che dimostrò la classe dirigente di allora. Un'oligarchia nobiliare che aveva certamente una concezione elitaria della politica, eppure portatrice sana dei valori più profondi di una democrazia: la necessità di prendere decisioni difficili tenendo conto dell'interesse della comunità (perfino a costo di rimetterci il proprio personale patrimonio). Con l'occhio di chi sa guardare lontano. In poco più di un quinquennio, 150 anni fa, Firenze fu protagonista di una rivoluzione urbanistica, ma anche sociale e culturale che la portò nella contemporaneità europea. E che non fu fermata neppure quando fu chiaro che la ragione di quella svolta, lo spostamento della capitale da Torino, era già, improvvisamente, sfumato. E ora? Come non ripensare a quella impresa davanti al senso di impotenza che ci assedia? Dopo l'ennesimo sfregio a una delle statue della Loggia dei Lanzi abbiamo avviato su questo giornale un'inchiesta sull'usura inflitta a Firenze dal turismo di massa. Perché i vandali che tirano giù un dito o un altro di uno dei nostri marmi sono degli sciagurati che colpiscono indisturbati ogni tanto, ma l'assalto legale a una città piccola e fragile qual è la nostra avviene ogni giorno. Implacabilmente. Con tutte le conseguenze del caso. L'effetto è un po' quello dell'imbuto troppo stretto: il liquido va di fuori. A Firenze sta succedendo da parecchio tempo, ma nessuno sembra farsene carico. Anzi, ogni incremento di presenze viene salutato come un successo. E' una logica miope, se parallelamente ai visitatori non si alza anche la capienza, il livello dei servizi, la lucidità della regia. Chi ci guadagna tace e incassa. Ma gli altri? Gli intellettuali, gli imprenditori, i politici? Chi si mette in gioco qualche carta per salvare anima e corpo della città? Più che l'organicità di un progetto che forse nessuno è in grado di delineare conterebbe la determinazione a trovare vie d'uscita. Per due giorni abbiamo raccontato via Ricasoli, la strada dell'Accademia, quella in cui si consuma l'attesa per vedere il David di Michelangelo. Dovrebbe essere un salotto. Invece è una schifezza. Alla lettera. Un suk caotico e lercio, senza capo né coda, una zona franca per venditori di cianfrusaglie e paccottiglia. Il regno delle zingare che tormentano chi è costretto a stare in coda. Una teoria di botteghe che avviliscono il commercio fiorentino, là dove un tempo c'erano bellissime librerie e cartolerie. Certo, adesso non c'è più modo di impedire che un fondo venga adibito a un genere piuttosto che a un altro. Ma tutto il resto? Dov'è finito il senso del decoro? Perché non ci mettiamo un tappeto rosso al posto dei tappettini degli abusivi ? E i vigli urbani? Sono stati forse spostati tutti a chiacchierare sul Ponte Vecchio? Perché non ripartire da qui? Da via Ricasoli, che dietro una facciata anonima nasconde il genio della sua storia e davanti mostra al mondo la precarietà del suo presente?
Firenze. Salviamo via Ricasoli
Il testo discute la "sindrome dell'immobilismo" che affligge le città italiane, in particolare Firenze, che sembra incapace di affrontare i problemi che la assillano. Il testo cita il libro di Zeffiro Ciuffoletti "Firenze capitale" che racconta la storia finanziaria del Comune di Firenze e la determinazione della classe dirigente di allora a superare la crisi. Il testo anche affronta il problema del turismo di massa che sta distruggendo la città, con l'assalto legale a Firenze che avviene ogni giorno. Il testo chiede di ripensare a una impresa come la rivoluzione urbanistica di Firenze che portò la città nella contemporaneità europea e di trovare vie d'uscita per salvare la città.
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