I grillini promettono battaglia: «Non gli daremo tregua». Brunetta: «È un suo diritto» VENEZIA. Scontro in Veneto sul ritorno di Giancarlo Galan in parlamento dopo la detenzione domiciliare per la vicenda Mose. Il Movimento 5 Stelle annuncia battaglia attraverso un'intensa campagna in Rete e sui media: «Non gli daremo tregua». Il capogruppo azzurro Renato Brunetta invece ribadisce: «È un suo diritto». L'ex governatore però perderà la presidenza della commissione Cultura. Forse già entro la fine di giugno, secondo quanto trapela dalla presidenza della Camera, visto che sono già passati i due anni previsti per il rinnovo delle «permanenti». VENEZIA. Il messaggio è stato forte e chiaro: «Torno in parlamento», ha annunciato Giancarlo Galan al Corriere del Veneto . A quanto sembra però dopo il 15 luglio l'ex governatore potrà pure riaccomodarsi nell'emiciclo di Montecitorio, ma non sulla poltrona di numero uno della commissione Cultura. Secondo quanto trapela dalla presidenza della Camera, infatti, il rinnovo della guida di tutte e 14 le «permanenti» dovrebbe avvenire già entro la fine di giugno ed è praticamente scontato, per stessa ammissione del capogruppo Renato Brunetta («Ora siamo all'opposizione»), che Forza Italia perderà le quattro posizioni di vertice finora detenute. Evidentemente sono arrivate fino a Roma le dichiarazioni dell'ex ministro, tuttora in regime di detenzione domiciliare dopo il patteggiamento a 2 anni e 10 mesi per corruzione nell'ambito della vicenda Mose. E per strada le sue perentorie parole, soprattutto sui social network, hanno pure incontrato pepate ironie. Per esempio: «Con lui lo Stato ha risparmiato? Sì, lo stipendio dei secondini». Oppure: «Ritorna? Se ne avvertiva decisamente la mancanza». Sarcasmi a parte, Galan conta sul fatto che la decadenza prevista dalla legge Severino scatta solo a sentenza definitiva (nel suo caso pende tuttora ricorso per Cassazione) e comunque dopo il via libera dell'aula. Ma per quanto riguarda la presidenza della commissione, forse l'azzurro ha commesso un errore di calcolo, nel ritenere di poter mantenere la presidenza della commissione fino a «metà mandato» e dunque per due anni e mezzo dall'inizio della legislatura (15 marzo 2013-15 settembre 2015, stando a questa stima). In realtà il comma 5 dell'articolo 20 del regolamento di Montecitorio precisa che «le commissioni permanenti sono rinnovate ogni biennio», dunque ogni due anni, per cui la scadenza è già stata superata. «Per questo - fanno sapere dall'entourage della presidente Laura Boldrini, confidando nel rispetto della tempistica - è pressoché certo che la prossima settimana la conferenza dei capigruppo deciderà in quale data, verosimilmente entro la fine del mese, tutte le commissioni dovranno riunirsi per procedere alla conferma o alla sostituzione dei vertici». Sul punto il partito di Silvio Berlusconi sa già di non poter avanzare pretese, rispetto alle caselle finora occupate agli Affari costituzionali, alla Difesa, alle Finanze ed appunto alla Cultura. «All'insediamento sostenevamo il governo Letta- ricorda Brunetta - mentre adesso con Renzi siamo passati all'opposizione, per cui non possiamo chiedere nulla e ci aspettiamo che la maggioranza si riprenda tutte le presidenze. Quanto a Galan, ribadisco che né la legge, né i regolamenti, né il nostro statuto consentono al capogruppo alcuna interferenza nei confronti delle autonome decisioni dei singoli parlamentari. Peraltro mi pare che questa sia anche la linea tenuta nella vicenda dalla presidente della Camera». In una lettera a Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera , proprio Boldrini aveva comunque aggiunto: «Lei chiede se "non sarebbe opportuno che Galan desse le dimissioni". Senza giri di parole: sì, lei ha ragione». Come detto però, anche se l'ex governatore non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro, la perdita del titolo avverrà comunque. «Galan sarà sicuramente sostituito perché la maggioranza è cambiata», dice Andrea Martella, vicecapogruppo del Partito Democratico. Ma la retrocessione dell'ex ministro a semplice deputato non basta al Movimento 5 Stelle che, dopo aver promosso la marcia su Villa Rodella, è pronto adesso ad un media bombing quotidiano. «Quando tornerà in parlamento - anticipa il capogruppo Federico D'Incà - Galan vedrà da parte nostra una forte opposizione alla sua presenza anche in aula. Se le leggi penali gli danno la possibilità di sfruttare i cavilli giuridici, la legge morale avrebbe già dovuto imporgli di dimettersi. Perciò ogni giorno attraverso la Rete, i giornali, le radio e le tivù non mancheremo di ripetere che l'onorabilità del parlamento rischia di essere compromessa da persone che pensano più ai loro interessi privati che al bene comune. Non possiamo permettere che la moralità del Paese si senta violentata da simili comportamenti». Per un attimo il leghista Marco Marcolin sembra cedere alle affettuosità: «Bentornato Giancarlo, mi stai pure simpatico... Ovviamente sto ironizzando. Siamo garantisti sì, ma quando uno patteggia sarebbe opportuno che si dimettesse. Vorrà dire che ci penserà la giustizia». Resta su questo piano pure l'azzurra Lorena Milanato, assistente di Galan ai tempi della fondazione di Forza Italia: «Fino a sentenza definitiva anche lui ha tutto il diritto di rientrare in parlamento. Dopo la Cassazione si vedrà, ma intanto nulla osta. Messaggi di bentornato? Non ne ha bisogno».