Il Concertone della Taranta può continuare ad essere l'unico appuntamento sul quale la Fondazione di Melpignano punta ogni anno? E' probabile di sì, se l'istituzione continua a ritenere che solo i finanziamenti pubblici siano idonei ad accompagnarne la strada. Il Consiglio scientifico della Fondazione ne ha discusso recentemente aprendo un dibattito che il Corriere intende raccogliere e rilanciare. Intendiamoci, molti pensano non a torto che, senza i fondi pubblici, in tutto il paese, non solo in Puglia, si fermerebbe ogni programmazione che riguardi la cultura e lo spettacolo. E che quindi anche la Taranta, come tutto il resto dei festival e degli incontri che si promuovono nella regione, senza quei finanziamenti, sarebbe destinata a morte certa. È molto probabile, ma non sicuro. È sicuro invece che contare sui fondi pubblici sia diventata un'abitudine prima ancora che una necessità, in Puglia come nel resto del Paese. Da quando Jack Lang in Francia inventò il filone della cultura di piazza e il compianto Renato Nicolini ne portò il modello in Italia, c'è una parte del Paese, il mondo che produce ricchezza per essere precisi, che si è del tutto disinteressata di quello che serve ad arricchire lo spirito dei cittadini, tanto ci pensano i Comuni e le Regioni. È sbagliato. Sbagliato non solo perché i fondi pubblici si esauriscono sempre di più e alla cultura vanno ormai i rivoli; non solo perché alcuni ritengono (noi per esempio) che chiedere agli amministratori di occuparsi di scuole, università e ospedali sia più importante che dare mance per sagre varie; ma anche perché questo modo di fare ha impedito finora una programmazione che lasciasse tracce, che facesse diventare piante quei semi gettati ovunque, tranne in alcuni casi, pensiamo al ruolo di Apulia film commission che ha trasformato la Puglia in un grande set cinematografico che ci invidiano fuori e dentro il Paese. Che cittadino abbiamo costruito nei lunghi anni in cui abbiamo trascinato famiglie piccole e grandi in ogni piazza di Puglia a mangiare, bere e ascoltare distrattamente qualcuno che parla di un libro, qualcun altro che ci offre un concerto, o una lezione di storia? A vedere i dati di lettura comprensivi di libri e giornali (in calo verticale) non sembra che il nostro pugliese sia più colto e preparato di trent'anni fa. È l'acqua che si disperde senza essere raccolta nella conca che ogni buon contadino sa che deve allargare sotto l'albero se vuole che essa dia forza alla pianta e la faccia crescere rigogliosa. Dove vogliamo arrivare? È molto semplice: bisogna che la cultura divenga una passione vera e di lunga durata di ogni cittadino che abbia responsabilità, sia nel pubblico (Regioni, Comuni) sia nel privato (aziende, banche). Non bisogna più lasciare questo fardello ai soli Comuni e Regioni. Senza aprire ai privati, e ritorniamo da dove siamo partiti, la Taranta non potrà mai uscire dall'unico impegno, sebbene prestigioso, del Concertone finale, unico investimento che la Regione immaginiamo non smetterà di fare visto l'enorme richiamo dell'evento. Certo, qualcuno si accontenterà perché penserà che il Concertone sia sufficiente a mantenere alta la fama del Salento. Questo qualcuno sarebbe cieco e stolto. Cieco perché le mode vanno e vengono, ora si va tutti in Salento, domani chissà; stolto perché un'invenzione così singolare come una festa che contamina il passato più remoto (il morso del ragno nei campi) con il tempo più presente (la frenesia del pianeta Internet) ha bisogno di radici forti e larghe per resistere alle onde della disaffezione. E le radici non possono che essere gli studi e tutto quello che lasciano di permanente, quell'acqua della conca ai piedi dell'albero di cui facevamo cenno. Il consiglio scientifico della Fondazione della Taranta ha provato a ogni stagione di realizzare un programma fuori Concertone che, immaginando eventi di studio permanenti, allargasse attorno ad esso una rete di protezione. Inutilmente a ogni stagione. Certo, ci sono state negligenze, disattenzioni, disillusioni da parte di tutti gli interessati ai progetti, Consiglio di amministrazione e Consiglio scientifico in primis, ma alla fine della corsa la questione è stata liquidata sempre con una sola risposta: i finanziamenti non bastano, anzi diminuiscono sempre di più e quindi E quindi è il momento di una nuova stagione, per la Notte della Taranta e per tutto il resto. Serve che i privati, le grandi imprese prima di tutti gli altri, siano coinvolti. È ovvio che non siamo così ingenui da pensare che le aziende, le banche stiano lì con le borse aperte ad aspettare di elargire soldi a chi si presenta. E sappiamo anche che quando si lasciano coinvolgere sono lenti, farraginosi e schiavi della burocrazia esattamente quanto il pubblico, checché sbandierino il contrario. Ma perché fare la coda davanti alla porta di un assessore dovrebbe essere gratificante e farla davanti a quello di un grande imprenditore umiliante? La verità è che non ci dovrebbero essere code, che sia il pubblico sia il privato, avendo preso visione del programma (e parlo di programma non di un evento una tantum) decida con un sì o con un no, subito; e che dopo il sì, prosegua immediatamente con l'accompagnamento economico. Ma questo nel nostro Paese, a tutte le latitudini, è come chiedere la luna. L'idea che hanno tutti, nel pubblico come nel privato, è che siamosono parte dell'eternità e che quindi un giorno, un mese, un anno e un secolo siano la stessa cosa. Se già sconfiggessimo la politica dell'attesa e del rinvio avremmo fatto una bella rivoluzione, quella alla quale dovremmo aspirare più di tutto il resto. In attesa, immaginiamo che il primo passo da fare sia quello di chiamare alle proprie responsabilità, uno a uno, chi deve non solo produrre ricchezza per se', ma deve restituirla al territorio sotto forma di crescita culturale. Che è poi come restituirla ai propri figli e al proprio futuro.