Presto libero, no anche alle dimissioni dalla commissione Cultura: con me si risparmia Venezia. «A questo parlamento, che mi ha fatto arrestare senza neppure permettermi di difendermi, io non devo nulla». Giancarlo Galan replica così a chi, in occasione dell'anniversario degli arresti per l'inchiesta sul Mose, è tornato a chiedere a gran voce le sue dimissioni. Non molla ed anzi in vista del 15 luglio, quando potrà uscire per decorrenza dei termini dai domiciliari a Villa Rodella, rilancia: «La legge Severino non mi tocca fino alla sentenza della Cassazione ed al voto dell'aula sulla decadenza. Fino a quel momento, dunque, resto al mio posto, alla Camera e alla presidenza della commissione Cultura». venezia L'ex governatore Giancarlo Galan non solo non intende lasciare il suo scranno di deputato e la presidenza della commissione Cultura alla Camera, come invocato a gran voce dal Movimento Cinque Stelle (e non soltanto dai pentastellati, a dire il vero), ma confida di riprendere quanto prima la sua avventura parlamentare là dov'è stata interrotta dall'inchiesta sul Mose. Almeno fino a quando glielo permetteranno. Potrebbe accadere tra poco più di un mese, quando scadranno i termini della carcerazione preventiva inflittagli dopo il patteggiamento per corruzione a 2 anni e 10 mesi. «A questo parlamento io non devo nulla» sbotta l'ex governatore ed ex ministro della Cultura, che a chi s'indigna risponde senza ironie: «Con un presidente ai domiciliari l'erario ha risparmiato, visto che nelle condizioni in cui mi trovo non percepisco né la diaria per le sedute a Roma né l'indennità supplementare connessa alla carica. La legge Severino per ora non mi tocca, si deve attendere la Cassazione, e fino a quel momento resto al mio posto, nel gruppo di Forza Italia e in commissione». L'anniversario della «Retata storica» in laguna, il 4 giugno, ha rinfocolato le polemiche sulla scelta di Galan di conservare tanto l'incarico di deputato quanto quello di presidente della commissione Cultura, nonostante il patteggiamento e l'impossibilità «fisica» di prendere parte ai lavori, costretto com'è ai domiciliari a Villa Rodella, dove trascorre le giornate per lo più cucinando e curando il giardino («Non leggo i giornali e non guardo la tivù oramai da molto tempo»). Il punto, però, è che nessuno può imporgli alcunché, per legge. La Costituzione tutela infatti la «libertà di mandato» di ciascun parlamentare ed anche la legge Severino stabilisce una disciplina differenziata a seconda che si applichi ad un amministratore locale oppure a deputati e senatori. Nel primo caso la sospensione o la decadenza possono seguire ad una condanna di primo grado, in attesa dell'appello o del ricorso in Cassazione (è ciò che si è verificato con l'ex sindaco di Salerno Vincenzo De Luca in occasione delle ultime Regionali in Campania); nel secondo, invece, è necessario non solo che la sentenza sia definitiva ma anche che la Camera di appartenenza abbia votato la decadenza, con un allungamento dei tempi facilmente intuibile. Quest'ultima è la fattispecie in cui ricade Galan e tutti coloro che in questi mesi sono stati interessati del caso dal Movimento Cinque Stelle non hanno potuto che confermare allargando le braccia: «Nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare - ha spiegato la presidente della Camera Laura Boldrini -. La rinuncia alla carica discende dalle autonome determinazioni del deputato Galan». Richiesta d'intervento respinta anche dal Quirinale, con il consigliere dell'allora Presidente Napolitano, Giancarlo Montedoro: «Pur condividendo le considerazioni sulla mancata previsione della revoca dei presidenti delle commissioni - ha scritto in una lettera - ed apprezzando le motivazioni, debbo rilevare che al Capo dello Stato non è consentito dalla Carta costituzionale intraprendere iniziative incidenti sull'autonoma organizzazione della vita parlamentare». Un pressing da parte del partito, che convinca Galan a farsi da parte? «Non spetta certamente a me intervenire per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude - ha avvertito lo speaker di Forza Italia Renato Brunetta -. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite». Insomma, non resta che rimettersi alle volontà di Galan. Che però, come detto, non ci pensa proprio a dimettersi, anzi. La sentenza a suo carico diventerà definitiva intorno alla metà di settembre, quando si sarà tenuta in Cassazione l'udienza sul ricorso presentato da Galan contro la pena che lui stesso ha concordato con i pm, e a quella data l'ex governatore arriverà da uomo libero visto che il 15 luglio scadranno i termini della carcerazione preventiva di primo grado. Uscito da Villa Rodella, e fino al voto sulla decadenza da parte della Camera, Galan potrà quindi tornare a sedere a Montecitorio e in commissione Cultura. «A questo parlamento, che non mi ha permesso di difendermi votando il mio arresto mentre ero in ospedale, io non devo nulla avverte -. Le polemiche contro di me sono speciose, pretestuose. I Cinque Stelle si vergognino! E' la legge a dire che ho il diritto di restare al mio posto fino alla sentenza definitiva, se la prendano con la legge, non con me. Quando la Camera voterà la decadenza, se la voterà, allora me ne andrò. Quanto alla commissione Cultura, i lavori vanno avanti comunque grazie al lavoro della vice presidente Flavia Piccoli Nardelli, bravissima. Io non costo un euro, perché non ricevo l'indennità di funzione e anzi, vogliamo dirla tutta?, così l'erario ha pure risparmiato, che sennò gli toccava pagarla a qualcun altro. E poi a metà mandato si procederà in ogni caso con il rinnovo delle presidenze, si tratta solo di aspettare. Davvero non capisco, perché si accaniscono tanto contro di me, cosa vogliono?».