coordinatore movimento per il Parco e presidente consorzio pomodorino del piennolo del Vesuvio Dop In un articolo pubblicato su "Repubblica Napoli" il 2 giugno, Ugo Leone, già primo presidente del Parco nazionale del Vesuvio e, da più di un anno, commissario straordinario dello stesso ente dopo esserne stato nuovamente presidente nei 5 anni precedenti il commissariamento, si interroga: "Vesuvio, vent'anni dopo. Cosa è cambiato?". Sorvolando sulle responsabilità politiche, gestionali e istituzionali di chi ha amministrato il Parco per un periodo non breve, cogliamo l'occasione di questo "compleanno" per fare anche noi alcune riflessioni. Non un bilancio. Ci limitiamo più semplicemente a rilevare come, proprio per le ragioni che ricordava Leone nel suo intervento (il Vesuvio è il Parco più urbanizzato d'Italia e probabilmente del mondo) l'approccio alla sua gestione non può essere puramente di carattere ostativo, pena l'assoluta inefficacia delle stesse politiche di tutela e conservazione della natura, come in effetti è accaduto e accade. In un'area protetta dove vivono e lavorano circa 600mila persone non ci si può limitare a dire ai residenti "cosa non si può fare", ma bisogna offrire loro delle valide motivazioni e anzi degli incentivi affinché "quello che non si può fare" si traduca in una migliore qualità della vita e, quindi, necessariamente, anche in una opportunità di crescita economica e di lavoro. L'approccio puramente conservativo di cui Leone può ben essere considerato un alfiere è perdente in partenza, sul Vesuvio più che altrove. Qui c'è da incentivare e sostenere l'agricoltura tradizionale (la maggior parte del territorio del Parco è costituito da aree agricole e dal 1990 al 2010 si sono persi ben 2300 ettari di superficie agricola totale), cosa che il Parco non fa. Qui c'è da sostenere e incentivare il turismo sostenibile, in tutte le sue possibili declinazioni, cosa che il Parco non fa (al netto di qualche convegno di routine e di qualche pubblicazione di dubbio spessore scientifico sulle "potenzialità turistiche dell'area Parco"). Qui c'è da recuperare e rifunzionalizzare un enorme patrimonio storico architettonico consistente in decine di masserie rurali oggi dirute, cosa di cui il Parco non si preoccupa. Qui c'è da connettere il patrimonio naturalistico e agricolo "a monte" con i centri storici e il patrimonio storico - artistico - architettonico archeologico delle città della costa "a valle", cosa che il Parco non prova nemmeno a fare. Qui c'è da rendere accessibile e fruibile il territorio del Parco alle famiglie, ai giovani e meno giovani, ai portatori di handicap, ai residenti tutti, cosa che il Parco non fa, stante lo stato di degrado e abbandono di tutta la sentieristica e la mancanza pressoché totale di aree verdi attrezzate per il tempo libero in cui sperimentare un "primo contatto" della popolazione con la natura del Parco. Un'ultima considerazione. Su un punto concordiamo con il professor Leone e cioè sul fatto che per "diventare Parco" il Parco ha bisogno della corretta e concreta collaborazione istituzionale di tutti e 13 i Comuni che ne fanno parte. Di più. Il Parco ha bisogno che chi amministra i Comuni comprenda pienamente che il Parco rappresenta per le rispettive comunità una istituzione che può fare la differenza. Come mio costume non interferisco mai nelle critiche al mio operato che sono naturalmente legittime. Il presidente Marino ritiene praticamente che il Parco non abbia fatto nulla nei venti anni di vita e si può agevolmente intuire che me ne attribuisce la responsabilità. Nulla da ribattere da parte mia se non per ricordare che tra la prima e la seconda delle mie presidenze vi sono stati altri due presidenti (il prof. Maurizio Fraissinet e l'avv. Amilcare Troiano) che non vorrei fossero coinvolti nel far niente lamentato da Marino. Per chiarezza aggiungo che solo chi non mi conosce o mal conosce le cose del Parco mi può definire «alfiere di un approccio puramente conservativo » e che so bene, per averne vissuto l'esperienza, che amministrare dall'esterno è molto più semplice che farlo dall'interno. Forse anche per questo motivo Giovanni Marino è, o per lo meno è stato, candidato alla prossima presidenza del Parco (u. l.)