PALMA DI MONTECHIARO Per il castello del Gattopardo peggio che il danno potè il rimedio. Eppure è proprio qui che Giuseppe Tornasi di Lampedusa completò il suo romanzo e mise in bocca a Tancredi, il nipote del Principe, la celebre frase: «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi». Certamente nel corso dei lavori di restauro qualcosa è cambiato: l'aspetto del castello, il suo portale d'ingresso, la sua elegante bifora trasformata in finestra squadrata. Solo il paesaggio spettacolare è rimasto com'era. E alla Camera è scattata un'interrogazione diretta al ministro dei Beni culturali, Rocco Buttiglione. Enzo Fragalà, deputato palermitano di Alleanza nazionale, parla di «lavori di restauro» menzionati tra virgolette, perché a questo punto occorre chiedersi cosa si intende per «restauro», pur tenendo presente che esistono una "Carta del restauro" e regole ben precise entro le quali la legge obbliga a muoversi. Esattamente un anno fa Repubblica lanciò l'allarme sulla difficile situazione del castello di Palma di Montechiaro: contro il restauro si scagliarono Italia Nostra e Vittorio Sgarbi, che aveva inserito l'edificio appartenuto a Federico II nel libro "Un Paese sfigurato", eleggendo i lavori effettuati a emblema della distruzione di un monumento. Ci fu una prima interpellanza in Parlamento (presentata dal deputato nisseno Salvatore Cardinale, della Margherita) e vennero mandati alcuni ispettori. Si scongiurò, fral'altro, la trasformazione del castello in una pizzeria. Ma, trascorso un anno, oltre al danno la beffa. Accade cioè che il discusso restauro, che ha compromesso e modificato l'aspetto originario del castello, sia già in rovina. Che le superfici levigate delle pareti stile villetta delle vacanze oltre ad avere cancellato le parti in pietra, stiano già cadendo a pezzi. Che i mattoni in cotto che formano pavimento e zoccoletto siano saltati via, quasi espulsi come corpi estranei. Che le guaine multicolori degli impianti elettrici affiorino dal cemento che appena un anno fa le ricopriva, e numerose spaccature attraversino pareti, muri, parti importanti dell'edificio, mettendone così a repentaglio la stabilità. Anche gli intonaci sono sbrecciati e mostrano notevoli segni di cedimento. Difatti nell'interpellanza si parla di «deturpazione del castello» e si chiede «se il ministro per i Beni e le attività culturali non ritenga di assumere opportune iniziative e incisivi provvedimenti al fine di garantire che gli interventi di restauro vengano condotti nel rispetto e nella preservazione della natura storico-artistica del Castello di Montechiaro». Tra il 2002 e il 2003 il Comune di Palma ha stanziato un finanziamento pubblico pari a 681 mila euro, e adesso se ne attende un secondo di 850mila per «completamento dei lavori». Giuseppe Giliberti, vice presidente nazionale di Italia Nostra, commenta: «In molti casi il lavoro di salvaguardia diviene una corsa a spendere soldi, senza avere idea di cosa sia un restauro. Occorrerebbe anche che la Soprintendenza scegliesse con cura le ditte appaltatrici, che dimostrino esperienza e abilità specifiche. Il risultato dei lavori mal eseguiti è sotto gli occhi di tutti: a questo punto tanto vale lasciarli così come sono e risparmiare soldi pubblici». Il business dei restauri rischia dunque di compromettere pesantemente gli interventi: non accade sempre così, ma occorrerebbe monitorare i lavori, chiedere garanzie. Dice Leandro Janni, presidente regionale di Italia Nostra: «Troppa burocratizzazione dentro le istituzioni e poca preparazione. Per il Castello di Montechiaro la situazione è davvero grave».