L'attuale crisi del turismo napoletano palesa un malessere di fondo del settore, i cui sintomi, probabilmente, debbono rintracciarsi in una serie di cause e di motivazioni che hanno radici antiche. Il boom di presenze verificatosi per alcune stagioni a partire dalla metà degli anni Novanta è come se avesse generato un effetto "polvere negli occhi". Una sorta di accecamento collettivo che di fronte all'improvviso successo impedisce di comprenderne a fondo i motivi, in modo tale da poter programmare in maniera coerente e crescente il futuro. Se una tale analisi fosse avvenuta, ci si sarebbe resi conto, ad esempio, che le presenze turistiche di quelle stagioni erano appena appena superiori a quelle che normalmente affollavano la città fino ai primissimi anni Settanta (dati Enit) e che se in termini di rilancio erano numeri significativi, in termini assoluti, paragonati alle altre città d'arte italiane, erano assolutamente insoddisfacenti, se non addirittura ridicoli. Sono passati almeno due decenni dal momento in cui si è iniziato a palesare, nel nostro paese, il fenomeno dei "turisti vocazionali", ossiala comparsa di una nuova tipologia di turista il cui modo di "consumare" un territorio è profondamente diverso e qualitativamente molto più significativo di quello dei pubblici più tradizionali. Per questo tipo nuovo di turista, infatti, il viaggio e la vacanza significano l'occasione per dare corpo a una propria passione identitaria, un interesse talmente forte e radicato da essere il vero centro della propria personalità. Se il turista tradizionale dice " sono un bancario e mi piace la vela", il turista vocazionale dice "sono un velista, faccio il bancario ". È un rovesciamento di prospettiva. È un pubblico che consuma esperienze. Ma è anche un pubblico che rappresenta un target primario per qualunque località che voglia determinare un prodotto turistico preciso e determinato. È il target su cui conformare l'originalità dell'offerta. Questo tipo di pubblicoquantitativamente limitato costituisce l'avanguardia, quello che determina il trend e che quindi dapprima qualifica e posiziona una località, poi grazie a tale posizionamento fa in modo che ne siano attratte fasce di pubblico via via più ampie, fino a raggiungere anche pubblici generalisti, che del prodotto particolare della località consumano solo una piccolissima porzione. Qui a Napoli si registra un totale disinteresse verso questi target primari. Si è puntato da dieci anni a questa parte sui grandi numeri, senza comprendere che quei numeri sarebbero svaniti in mancanza della conquista di target di avanguardia e di prodotti tarati sui quei target. I prodotti. Non basta più un bel paesaggio, non basta più un bel clima, non basta più un bell'evento, non basta più il patrimonio culturale, non basta più l'aeroporto non bastano più gli alberghi. Non bastano più tutte queste cose messe assieme. Serve un progetto di definizione di prodotto, con caratteristiche permanenti e con caratteristiche estemporanee, in grado di attrarre in maniera ripetuta il pubblico, attraverso un'offerta che altrove non c'è, attraverso unaserie di attività dirette in maniera coerente verso un rafforzamento del prodotto, attraverso una serie di Utilities piccole, ma significative (quando si pensano bene, queste cose, sono ampiamente apprezzate, vedi Arte Cord, ritenuta a ragione strumento innovativo e pregevole che connette servizi, convenienza, elasticità e molteplicità dell'offerta). L'esempio lampante è Bilbao, un città che non ha bel clima, non ha bel paesaggio, non ha tradizione turistica, non ha monumenti, ma ha "inventato" di sana pianta un prodotto. Se si affiancano a queste considerazioni e a queste evidenze anche il basso numero di strutture di accoglienza e, soprattutto, la scarsissima differenziazione dell'offerta, ci si rende conto che quella attuale non è una crisi, bensì l'esaurimento naturale di un fenomeno mediatico che aveva determinato qualche anno di boom turistico, i cui vantaggi sono svaniti velocemente in mancanza di una costruzione di una politica seria, fondata sulla determinazione di uno o più "prodotti" non generalisti, su un'analisi dei pubblici e su un'attenzione alle loro filiere di consumi, sulla valorizzazione qualitativa dei turisti che già c'erano, aumentandone il tempo di permanenza e, soprattutto, facendo in modo che si reiterasse più volte nel corso dell'anno. Qui da noi, se negli addetti pubblici e privati del settore non si verificherà una repentina maturazione culturale (che significa soprattutto capire come si rende ricco un territorio attraverso il turismo) assisteremo a una veloce emarginazione di Napoli dai circuiti turistici primari, pur a fronte è doveroso darne atto di attenzione e investimenti costanti per il turismo. Ma in assenza di un prodotto e di target prioritari definiti che cosa pubblicizzo nella metropolitana di Londra, per chi costruisco gli alberghi e per chi perpetuo un evento decotto come il Maggio dei Monumenti?
L'assenza del prodotto
La crisi del turismo napoletano è un problema di fondo del settore, con cause e motivazioni antiche. Il boom di presenze negli anni Novanta ha generato un effetto "polvere negli occhi", facendo perdere di vista la comprensione dei motivi del successo. La città ha puntato sui grandi numeri senza comprendere che quei numeri sarebbero svaniti senza la conquista di target di avanguardia e prodotti tarati sui quei target. I prodotti non sono sufficienti, serve un progetto di definizione di prodotto con caratteristiche permanenti e estemporanee per attrarre il pubblico. L'esempio di Bilbao mostra come un' città possa "inventare" un prodotto turistico.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo