Un nuovo prezioso gioiello arricchisce il patrimonio artistico della Basilica Polironiana: un crocifisso in terracotta realizzato entro la prima metà del Quattrocento dallo scultore fiorentino Michele di Niccolò Dini, meglio noto come "Michele da Firenze". Un vero capolavoro, che nella figura del Cristo magra ed affusolata, armonizza il naturalismo con l'eleganza delle proporzioni ed evidenzia i particolari che l'artista utilizza anche in altre opere, quasi come una firma: le ciocche ondulate dei capelli, la foggia della corona di spine, il particolarissimo modo di imprimere i capezzoli mediante degli stampini perfettamente circolari. La consegna alla comunità sambenedettina e ai turisti è prevista nella presentazione pubblica, il prossimo 5 settembre. Il crocifisso si trova nella seconda cappella della navata sinistra da molto tempo, probabilmente dall'epoca monastica, poiché fronteggia la cappella del Santissimo nella navata opposta. Ma dell'autore non si sapeva nulla, o si faceva l'ipotesi di un'attribuzione al Begarelli, artefice dell'importante ciclo figurativo di epoca rinascimentale. La verità sull'attribuzione dell'opera è venuta avanti solo recentemente, grazie all'intuizione degli Amici della Basilica, che hanno voluto approfondire la ricerca coinvolgendo Aldo Galli, docente di Storia dell'Arte Moderna presso l'Università degli Studi di Trento. Così è stata svelata la figura dell'artista e la paternità dell'opera. «Michele afferma il professor Galli fu coetaneo di Donatello e fu con lui fra i giovani collaboratori di Lorenzo Ghiberti nella prima fase del cantiere per la Porta Nord del Battistero di Firenze. Fu poi il primo artista italiano a specializzarsi in maniera esclusiva nella tecnica della statuaria in terracotta, che era stata riscoperta a Firenze dopo secoli di oblio agli inizi del XV secolo. In conseguenza della sua carriera itinerante, egli esportò quest'arte 'nuova' nell'Italia settentrionale, dove trascorse la maggior parte della sua esistenza tra Veneto, Emilia e Lombardia». Il Crocifisso di San Benedetto è databile agli anni che Michele trascorse principalmente in Emilia, e cioè tra il 1438 e il 1443 circa, anche per la grande affinità che la statua polironiana rivela con le raffigurazioni di Cristo conservate a Modena, Reggio e, nel Mantovano, a Governolo. Avuta questa certezza si è pensato al restauro, grazie alla sponsorizzazione offerta dal Lions Club Padania sotto la presidenza di Aristide Ronconi. L'intervento è stato eseguito da Giuseppe Billoni dello Studio Billoni Negri, coadiuvato dalla collaboratrice Rossella Buganza e i lavori sono stati seguiti dall'ispettrice Giuseppina Marti della Sovrintendenza di Mantova. Dalle indagini preliminari si è verificato che la statua in cotto fu eseguita in più pezzi, poi assemblati in loco tramite perni di ferro e gesso, con una tecnica che si è mantenuta nel tempo e si ritrova anche nelle opere di Begarelli. Ne è prova una fessura orizzontale a livello dell'addome, che indica un punto di assemblaggio dei blocchi scultorei in cotto. «Nel restauro spiega Billoni è stata conservata, in accordo con la Sovrintendenza, la ridipintura d'inizio Novecento, ormai storicizzata. Infatti, l'analisi stratigrafica ha rivelato che lo strato di cromia originale è presente in una percentuale troppo limitata (un 1015) per giustificare la demolizione dello strato novecentesco, non snaturante rispetto all'originale». Il festone. Altre importanti novità per la Basilica sono venute dal ripristino post terremoto. Per la chiusura delle lesioni verticali della navata centrale sono state tolte le tele settecentesche dello Zimengoli, permettendo il parziale recupero delle decorazioni giuliesche che decorano l'estradosso delle serliane. Per ora, in simmetria con la parte sinistra, è stato rimesso in luce sulla destra il festone di fiori e frutta sorretto da teste di leone, e, in attesa del permesso della Soprintendenza per il totale scoprimento, sono stati effettuati saggi che dimostrano la presenza degli stessi festoni fino alla balaustra. L'indagine è stata portata anche sul presbiterio dove, però, degli affreschi rimangono solo pochi lacerti, tuttavia sufficienti a ricostruire l'esatta sequenza iconografica progettata da Giulio Romano. Qui i festoni erano sorretti da putti e si ricongiungevano a quelli del tiburio e del transetto. «Nell'insieme specifica l'architetto Giancarlo Pavesi, direttore dei lavori in Basilica una decorazione unica nel suo genere per un edificio di culto, ma presente in molti palazzi e residenze civili di Mantova. Per il loro carattere apparentemente profano, probabilmente gli affreschi furono sbiancati subito dopo il Concilio di Trento e poi completamente dimenticati nel Settecento con la collocazione delle tele dello Zimengoli». Con queste trasformazioni, compresa la pulitura delle volte, la Basilica ha ricuperato quasi completamente lo splendido aspetto cinquecentesco. Oriana Caleffi