Andrea Landi: «Gli assi portanti del progetto non possono cambiare ma un'integrazione con la Fotografia è possibile» Il tema nomine sta scaldando la politica modenese proprio in riferimento alla nuova Fondazione. Il sindaco Muzzarelli ha detto che si deve cambiare: è d'accordo? «Quando si vuole cambiare metodo, si dovrebbe dare una valutazione sui risultati del metodo precedente e quindi, nello specifico, sull'impostazione dei rapporti tra Comune Fondazione. Su questo penso che si possa dire, valutando l'attività degli ultimi dieci anni, che i risultati siano buoni. La Fondazione ha vissuto cambiamenti importanti, anche nel modo di gestire il patrimonio, nelle scelte su progetti che hanno riqualificato la città. E' un metodo che non va abbandonato». Allora quella di Muzzarelli è una forzatura? «Le Fondazioni sono un soggetto strano con una storia recente. La Legge dice si tratta di enti no profit, privati, dotati di piena autonomia statutaria, gestionale e programmatica. La programmazione, annuale e triennale, è sempre stata condivisa con la città. Avere negli organi componenti degli enti locali, del mondo imprenditoriale, dell'università, del volontariato, della curia, della società civile è il valore aggiunto della Fondazione: la diversità delle componenti serve a garantire un confronto. Per questo mi auguro che questi criteri vengano mantenuti. Se dovessi dare un consiglio al sindaco sulle prossime nomine gli direi di tenere presente tre criteri: preparazione in diversi campi, autonomia di giudizio e moralità». Si è sentito chiamato in causa essendo lei stato indicato dal Comune? «Non leggo questo nuovo metodo come una critica rispetto al passato. Quello che il sindaco sottolinea, il patto con la città, era un tema emerso anche con l'inizio del mio mandato: programma applicato alle fondazioni dove le varie istituzioni avrebbero dato il quadro di riferimento. Averne uno va sempre bene, ma mi sembra che un consiglio di indirizzo così composto sia in grado di acquisirlo e di elaborarlo come programma. I programmi non devono essere precostituiti, ma nascere dal confronto. Stiamo attenti a creare rapporti troppo stretti, pensiamo all'esperienza senese: bisogna avere distanza di braccio tra le istituzioni per garantirne l'autonomia e la sopravvivenza. Non vedo nel sindaco questa prevaricazione, ma dal punto di vista del metodo il ragionamento è necessario». Nessuna frattura col sindaco, quindi? «Frattura lo dite voi». Nessuna ingerenza della politica? «Un sindaco non dovrebbe occuparsi di banche. Il sindaco Muzzarelli non l'ha fatto. E con lui non ho parlato di nomine». I problemi erano solo interni alla Fondazione? «Sulle nomine di Unicredit c'è stato un confronto aspro. Ma va precisato che, trattandosi di una nomina da condividere con la Fondazione di Bologna, il mio obiettivo era confermare una persona che godesse della massima stima della banca, vedendo in lui una risorsa per il nostro territorio e per Bologna. Calandra, dal mio punto di vista, non è mai stato in discussione e non lo è stato per la banca che comunque lo ha nominato vicepresidente. Sul rapporto con Bologna le visioni all'interno del consiglio di amministrazione non erano coincidenti e mi auguro che si vada verso un rapporto più soddisfacente nel futuro, ricostruendo anche con Bologna perché c'è una storia che non può essere azzerata. La conflittualità al nostro interno non ha fatto bene a nessuno». Sono in scadenza le nomine per Carimonte: si riproporrà uno scontro di questo tipo? «Siamo ancora in fase di discussione e valutazione. E' l'unica domanda a cui oggi non rispondo per rispetto degli organi della Fondazione». Si è sentito sfiduciato nei fatti o considera quello che è accaduto uno scontro a sé stante? «Su questo tema essere in minoranza in consiglio di amministrazione non è un fatto ordinario, ma lascia il segno. Io però ho un punto di riferimento, il presidente viene eletto dal consiglio di indirizzo e fino a quando ho la loro fiducia di questo organo mi sento nel pieno delle mie funzioni». E' vero che stava per dimettersi? «No, magari mi sarò espresso in modo sconsolato ma non ho mai pensato di dimettermi. Almeno fino ad oggi. C'è amarezza, questo sì». Rifarebbe tutte le scelte di queste ultime settimane? «Certo. Mi sento molto a posto con la mia coscienza. Ci sono momenti in cui la mediazione non è riuscita. Momenti di tensione ce ne sono stati anche in passato, e guarda caso sempre quando si parlava di banche. Questo fa pensare. In prospettiva, dovrebbe far ragionare e capire che forse, per le fondazioni è finita l'epoca della partecipazione importante dentro le banche perché il rapporto tra le due, con la politica di mezzo, è complicato». No alla partecipazione bancaria spinta, sì alla partecipazione della città sui progetti. Ma sul progetto Sant'Agostino le dicono che non c'è stata sufficiente condivisione. «Istituzionalmente sono il sopravvissuto di questo progetto: ho incontrato cinque ministri, ho avuto un rapporto stretto col sindaco Pighi nella condivisione del progetto nato dall'acquisizione di tutto il complesso che ha permesso di poter realizzare l'ospedale di Baggiovara. C'è stato un lavoro sistematico che ha coinvolto Comune, Ministero, Soprintendenza. Non è stato un progetto superficiale. Sono consapevole del fatto che il progetto sia partito dall'alto e non da associazioni o gruppi di interesse. Qui c'è stata la responsabilità di amministratori che hanno pensato a trasformare la città assumendosi responsabilità». Il ricorso di Italia Nostra e l'esposto del Movimento Cinquestelle come li giudica? «Quando c'è un'azione giudiziaria relativa a presunte illegalità è chiaro che chi ne ha responsabilità deve fermarsi, riesaminare le procedure e fare in modo che questo progetto sia inattaccabile. Certo, se la sospensione del giudizio fosse prevista per il 2018 avremmo valutato azioni diverse, anche se nuove azioni possono essere percorse». Aveva parlato di partire a maggio col primo cantiere. Entro ottobre si muoverà qualcosa? «Ci sono ancora opzioni aperte sulle quali stiamo ragionando con altre istituzioni, ma prima ancora lo dovremo fare nei nostri organi di indirizzo e amministrazione. I programmi potranno cambiare ma la valutazione è ancora in corso sia col Ministero che col Comune. Da parte mia, se ci fosse la possibilità di iniziare i lavori, penso ci sia la voglia e la disponibilità, anche solo per la ricaduta che può avere il cantiere sul mondo del lavoro». Qualche problema lo ha avuto anche una delle aziende che ha vinto l'appalto. Ci saranno ricadute? «Non lo vedo come un problema, il gruppo di lavoro che ha vinto si organizzerà di conseguenza». L'assessore Cavazza ha auspicato che la destinazione degli spazi si possa rivedere nell'ambito di un nuovo confronto. E' d'accordo? «Questo progetto ha degli assi portanti che non possono essere modificati. Su questo dobbiamo essere molto chiari, dobbiamo esserlo noi, il Comune, il Ministero. Se smontiamo un pezzo di questo polo, smontiamo il progetto. La cosa si potrà fare nei nuovi consigli, la Fondazione potrà rivalutare altri progetti. Qui parliamo di Gae Aulenti, un progetto di grande potenzialità per Modena. Se poi vogliamo ragionare di possibili integrazioni facciamolo con criterio. Il tema della Delfini e della Galleria Civica, ad esempio, contiene considerazioni interessanti». Altri due trasferimenti nel nuovo Sant'Agostino? «La Delfini oggi avrebbe bisogno di spazi maggiori, anche se è sempre bene ricordare chi pagò quella riqualificazione, cioè la Fondazione. Se c'è una idea di integrare il progetto in modo da non modificarne l'ossatura possiamo ragionare anche sulla Galleria Civica, magari per una integrazione progressiva di Galleria Civica e Fondazione Fotografia. Mi sembra un ragionamento compatibile, basato sulla condivisione di progetti, che però non possono essere la somma di tante piccole istanze. Parliamone, abbiamo tempo per farlo». Italia Nostra è diventato il vostro principale avversario. «Non può esserci solo una visione di tutela, non può esserci solo un modo di intendere il restauro. Se questa associazione fa riferimento alla partecipazione dei cittadini, non può essere che questa partecipazione sia solo alle condizioni di Italia Nostra. Il ricorso al Tar è la via giudiziaria al restauro e non è questo il modo di programmare interventi in città. Nei fatti, ma loro certamente non hanno questa intenzione, sono intimidazioni a non procedere. Il Ministero ha approvato tutto, il Comune ha dato tutti i permessi e Italia Nostra dice no: è una anomalia tutta modenese. In altre città i problemi li hanno con la Sovrintendenza, mentre da parte nostra abbiamo sempre condiviso con loro ogni passo. E così faremo».