È bello quando è l'arte a smascherarci, a sorprenderci, ad arrivare prima. A superare in curva la realtà e, soprattutto, la politica, le istituzioni, le religioni. Quando ciò accade... È bello quando è l'arte a smascherarci, a sorprenderci, ad arrivare prima. A superare in curva la realtà e, soprattutto, la politica, le istituzioni, le religioni. Quando ciò accade ed è accaduto in ogni epoca e non smetterà mai di accadere è, o dovrebbe essere, un piacere per tutti, anche per quelli che all'arte sono indifferenti. Perché l'arte non scende mai a patti, oltrepassa i dogmi, annienta la pochezza, surclassa la superficialità. Perché l'arte non è armata, o forse sì, lo è, si arma di idee, di novità, di bellezza: le armi migliori e più potenti del mondo. Se avete presente gente come Dante, Picasso o Warhol (ma la lista potrebbe essere infinita), sapete di cosa si sta parlando. Non so se l'artista svizzero Christoph Büchel sia paragonabile ai nomi precedenti, ma per la Biennale di quest'anno ha immaginato di creare una moschea all'interno di una vecchia chiesa veneziana, sconsacrata e abbandonata da anni. Ha avuto un'idea semplice, che rispondesse al tema di questa edizione, All the World's Futures (Tutti i futuri del mondo), un'idea che forse arriva addirittura in ritardo rispetto ai tempi. Un'idea che egli ha prima immaginato e poi realizzato grazie all'Islanda, che di quell'idea ha fatto il suo padiglione. C'è chi l'ha vista come la solita provocazione, ricorrente nell'ambito dell'arte contemporanea, chi l'ha definita sì una provocazione però intelligente, chi come un gesto arrogante, una forzatura strumentale e contro le regole. Da anni a Venezia si parla di un luogo di culto per i tanti musulmani residenti nel territorio comunale. Se ne parla e riparla. Poi non accade nulla. Il padiglione islandese ora è chiuso. È stato preso in considerazione ogni cavillo, ed era evidente che si sarebbe giunti a questo risultato. Ma perché? Tutti alla fine avevano riconosciuto si trattasse di un'installazione artistica e non di un luogo di culto. Una parte della stessa comunità islamica aveva invitato a non raccogliersi in preghiera là dentro, per non creare conflitti. Ora invece l'esito finale sembra essere quello di un accanimento che non fa bene a nessuno. Perché se da un lato era evidente che il padiglione islandese avrebbe fatto parlare di sé com'è accaduto nei primi giorni dell'esposizione, è altrettanto vero che se lo si fosse lasciato aperto, poco a poco la polemica si sarebbe assopita. Così, invece, con la sua chiusura si offre a chiunque la possibilità di leggere tale decisione nel modo più ovvio ed elementare, come se fosse la vittoria di quella certa politica e non invece di irregolarità tecniche o di abusi burocratici. Perché poi, alla fine, anche se Peter Büchel sarà contento nell'aver vista confermata la sua fama di artista provocatore, è altrettanto vero che censurare l'arte, cancellarla, ha sempre una connotazione dolorosa. Triste e preoccupante.