Il caso di Villa Lovaria a Pavia di Udine, storica dimora che ha rischiato di essere trasformata in un centro di accoglienza per i profughi, è salito alla ribalta mediatica nazionale. Già la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici si era pronunciata mercoledì contro il trasferimento dei 38 migranti nella villa, sottolineando come lo stabile di pregio non fosse strutturato per ospitare il gruppo di profughi. All'origine della vertenza, il contratto d'affitto stipulato fera Alessandro Viscovich, proprietario di una porzione di edificio, e il Comitato provinciale della Croce rossa. Un contratto già valido, del valore di 54 mila euro lordi annui, per l'affitto di due appartamenti uno da 265 metri quadrati e l'altro da 396 da destinare all'accoglienza dei profughi. Atto impugnato dal conte Francesco Lovaria, proprietario, insieme alle sorelle Anna e Isabella e al fratello Andrea del 60 per cento dell'immobile. Assistito dal proprio legale di fiducia Maurizio Miculan il conte ha sporto denuncia e esposto bandiere listate a lutto in forma di protesta simbolica (bandiere rimosse ieri). Con il pronunciamento della direttrice facente funzione dell'organo deputato alla salvaguardia e alla conservazione delle Belle Arti Anna Maria Affanni, di fatto, l'ipotesi di trasferimento da Lignano a Pavia di Udine dei profughi è naufragata. Ieri, invece, è andato a vuoto il sopralluogo della Soprintendenza a Villa Lovaria nella porzione di proprietà di Viscovich. Sopralluogo deciso per verificare l'impatto degli interventi che lo stesso Viscovich aveva dichiarato, sul Messaggero Veneto, di aver realizzato sulla dimora. Lavori per i quali avrebbe dovuto essere presentata richiesta di autorizzazione e sui quali, adesso, pende il sospetto che siano stati eseguiti abusivamente. «Nessuno ci ha mai avvisato aveva spiegato la Soprintendenza né inviato formale comunicazione per richiedere il nulla osta agli interventi. Lo abbiamo saputo soltanto dagli organi di stampa. Come Soprintendenza, quindi, abbiamo il dovere di controllare se si sia trattato di lavori edilizi in grado di mutare l'impiantistica e la struttura della dimora e, in quel caso, richiedere il ripristino delle condizioni originarie». "Scortate" da un vigile urbano del Comune di Pavia di Udine, Stefania Casucci, responsabile di zona della Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici del Fvg, assieme alla collega fotografa, hanno suonato due volte il campanello della porzione di villa Viscovich, ma non hanno trovato nessuno ad aprire loro la porta perché l'uomo che voleva ospitare 38 profughi nella storica dimora veneta del '600 era come annunciato in mattinata assente. E così la delegazione ha lasciato villa Lovaria preannunciando, però, l'intenzione di fissare un «prossimo incontro alla presenza del signor Viscovich».
Villa Lovaria non è l'albergo dei migranti
Il caso di Villa Lovaria a Pavia di Udine, una storica dimora che rischiava di essere trasformata in un centro di accoglienza per i profughi, è stato fermato dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici. La Soprintendenza si è pronunciata contro il trasferimento dei 38 migranti nella villa, sottolineando che lo stabile di pregio non è strutturato per ospitare il gruppo di profughi. Il contratto d'affitto per l'affitto di due appartamenti è stato stipulato tra Alessandro Viscovich, proprietario, e il Comitato provinciale della Croce rossa.
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