Il mio vecchio direttore e maestro Italo Pietra, già ufficiale degli alpini e comandante partigiano in montagna, alla notizia che i nostri Parchi, a cominciare da quelli nazionali, sono in grave sofferenza avrebbe scosso la testa commentando: «Siamo proprio un Paese di balordi». O di aspiranti suicidi. Tanto più che, quasi insperatamente, negli anni '80 e '90 del secolo scorso (ministri dell'Ambiente, Ruffolo, Spini e Baratta) eravamo passati da pochi Parchi Nazionali e da una superficie protetta inferiore al 3 a 23 Parchi nazionali, sfiorando il 13 di aree tutelate. Coi Parchi, le oasi, le riserve regionali si è arrivati al traguardo di oltre 3 milioni di ettari, un poderoso "polmone" di verde godibile da tutti. Quasi un sogno. Difatti - come denuncia un appello, già drammatico in sé, rivolto ieri dai professori Giorgio Nebbia, un pioniere dell'ambientalismo, e Luigi Piccioni, autore di un libro fondamentale in materia ("Il volto amato della Patria") al presidente Sergio Mattarella - i Parchi nazionali, e pure quelli regionali, versano in una situazione precaria, al limite della sopravvivenza. Sempre meno i fondi stanziati dallo Stato, appena 63 milioni di euro nel 2012, un 20 sotto la media europea, mentre, secondo Federparchi, le aree protette nazionali fanno incassare ben 300 milioni soltanto in tasse (i musei statali di cui tanto si parla ne incassano 134). Inoltre esiste ormai una "economia del Parco" consolidata con l'utilizzo ecocompatibile dei prodotti del bosco e del sottobosco, degli allevamenti biologici, di un turismo naturalistico che viene stimato a 30 milioni di visitatori l'anno (circa 2 milioni nel solo Parco Nazionale d'Abruzzo, una regione che conta ben tre Parchi nazionali e due regionali). «Il quadro è fosco», scrivono i promotori dell'appello, «è ormai difficile far marciare gli automezzi di servizio». Per la gioia di bracconieri e abusivi. Altri "delitti" sono considerati la dissoluzione nella polizia di Stato della Forestale, "corpo ricco di preziose competenze in campo ambientale" e il tentativo in atto di fare "uno spezzatino" (fra Lombardia, Bolzano e Trento) del Parco Nazionale dello Stelvio, uno dei quattro storici. Mentre analoga minaccia pende da anni sul Gran Paradiso, il primo istituito, nel 1922, assieme al Parco d'Abruzzo, sotto l'impulso di Benedetto Croce, nativo di Pescasseroli. Una barbarie. Giuridica e funzionale. L'appello - sottoscritto fra gli altri da Dacia Maraini, Fulco Pratesi, Desideria Pasolini, Alberto Asor Rosa, Alberto La Regina, Cesare De Seta, Bruno Toscano, Pier Luigi Cervellati, Valerio Magrelli, e da un centinaio di intellettuali - denuncia poi il fatto che «le nomine dei presidenti e dei consiglieri dei Parchi nazionali, qua e là viziate anche in passato da logiche partitiche, stanno diventando puri e semplici tasselli di potere locale». Di recente alla presidenza del mirabile Parco nazionale delle Foreste Casentinesi (che include i santuari della Verna e di Camaldoli) è stato nominato l'ex sindaco di un Comune del Parco, già presidente, nientemeno, di una associazione di cacciatori. Non a caso l'appello al presidente della Repubblica è stato firmato da numerosi ex presidenti o direttori di Parchi Nazionali (alcuni "storici" come l'abruzzese Giuseppe Rossi che, da sindaco di Civitella Alfedena, istituì il primo Museo del Lupo), ma da un solo direttore in carica. Nella direzione del depotenziamento va la cosiddetta "riforma" delle legge-quadro del 1991 (firmata da Antonio Cederna e da Gianluigi Ceruti), la quale risulta così «ancor più allarmante». La legge n. 39491 va senza dubbio aggiornata (lo richiede il Codice per il Paesaggio 2006), ma per renderla più idonea a tutelare quello che è stato un vanto italiano vent'anni fa e che ora sta decadendo nell'inedia, nella burocratismo, nell'invadenza della piccola politica e degli interessi corporativi.