Salvatore Settis: alla Certosa di Pavia serve un piano di gestione, con certezza delle risorse «L'arte classica è seriale, non un "unicum" come siamo abituati a pensarla» dice Salvatore Settis, insigne archeologo e storico dell'arte, Accademico dei Lincei e presidente del Consiglio Scientifico del Louvre che domani alle 18 incontrerà gli alunni del Collegio Ghislieri e il pubblico pavese nell'Aula Goldoniana. L'incontro ha come titolo "Come l'arte classica diventa contemporanea" e permetterà a Settis di ripercorrere la sua esperienza di curatore delle due mostre attualmente allestite dalla Fondazione Prada a Milano (Serial Classic, nella nuova sede in Largo Isarco a Milano, ideata da Rem Koolhaas e dal suo studio Oma) e a Venezia (Portable Classic, Ca' Corner della Regina). «Professor Settis, cosa intende quando dice che l'arte classica è un'arte "seriale"? «Ho realizzato la mostra intitolata "Serial Classic" perché, mentre il concetto di serialità è molto vicino all'arte contemporanea - basti pensare ad Andy Wharol - l'arte classica viene sempre considerata come un'arte fatta di "unicum". Ho cercato di dimostrare che l'arte classica praticava molto la serialità, in due modi: da una parte nell'ideazione stessa delle opere, pensiamo ai nudi maschili dell'arte greca che si somigliano tutti perché riflettono un ideale di bellezza maschile condiviso ; dall'altra per il motivo che, essendo scomparsi gli originali greci di queste opere, la nostra intera conoscenza dell'arte greca si basa sulle copie fatte in epoca romana. Il Discobolo è solo un esempio di opera seriale: la statua originale era in bronzo, ma oggi è nota solo da una serie di copie marmoree dell'epoca romana che risalgono a quel prototipo. La mostra allestita a Venezia si concentra invece sulle riproduzioni in piccola scala di sculture di epoca romana». Qual è il filo conduttore tra le due mostre? «La contemporaneità dell'arte classica, declinata a Milano nella "serialità", e a Venezia nella "portabilità" delle riproduzioni rinascimentali. Nel Rinascimento c'era un rapporto diverso con le opere d'arte: la bellezza delle sculture di epoca greco-romana era tale che i collezionisti desideravano avere copie in piccole dimensioni da poter toccare per creare un rapporto quasi intimo con gli oggetti da collezione». Come imposterà la sua conferenza al Collegio Ghislieri? «Cercherò di intrecciare un dialogo con il pubblico partendo dal rapporto tra le mie tesi e la realizzazione delle due mostre: quali opere ho scelto e perché le ho scelte, e poi l'importanza della collaborazione con un architetto geniale e creativo come Rem Koolhaas, autore dell'allestimento di Milano e dell'edificio nuovissimo in cui la mostra è collocata». Andiamo oltre le mostre per parlare del territorio di Pavia. Nel suo libro "Paesaggio Costituzione cemento" (Einaudi) lei afferma che "il paesaggio è il grande malato d'Italia". Tra i dibattiti "caldi" nella nostra provincia, attualmente c'è quello sull'autostrada Broni-Mortara che, dicono i detrattori, se verrà realizzata mangerà gran parte delle risaie della Lomellina peggiorando la qualità dell'aria, senza risolvere il problema della viabilità. Lei che ne pensa? «La Broni-Mortara è uno dei molti casi in Italia in cui si dà la precedenza a infrastrutture di dubbia utilità, trascurando il paesaggio. In particolare la Pianura Padana ha un paesaggio in cui natura e arte si connettono intimamente. Peccato deturparlo». Le viene in mente qualche esempio virtuoso di rispetto e valorizzazione del patrimonio paesaggistico e ambientale nella provincia di Pavia? «La tenuta della Zelata nel Parco del Ticino, dove sono stato più di una volta: è un esempio straordinario, uno dei luoghi meglio protetti e meglio tenuti d'Italia per merito della lungimiranza di Giulia Maria Crespi, imprenditrice illuminata. Eppure sarebbe triste arrivare a dire che in Italia abbiamo bisogno di grandi proprietari terrieri per valorizzare il nostro patrimonio pubblico artistico e naturalistico. Dovrebbero occuparsene le istituzioni, che invece usano questo patrimonio solo per fare cassa e costruire infrastrutture a beneficio dei pochi che ne guadagneranno». Torniamo all'arte: in provincia di Pavia è in atto una polemica sulla Certosa e sulla sua inaccessibilità, imputata alla gestione dei monaci che si oppongono al progetto di rendere la Certosa un polo più turistico, con altri orari e modalità di apertura. A questo proposito Franco Bosi, presidente della Camera di commercio di Pavia ha affermato che "la Certosa rappresenta un po' quello che accade a livello nazionale, dove non sempre sappiamo valorizzare i nostri patrimoni". E' davvero così? «A livello nazionale si oscilla fra due estremi: quello iper protezionista e quello che non tiene conto delle specificità dei luoghi e del rispetto delle tradizioni preesistenti. Qualche volta poi succede che né l'una né l'altra posizione siano quelle giuste. Cito proprio un esempio della città in cui vivo, Pisa. Anche qui c'era una grande Certosa abbandonata di cui tutti si lamentavano perché i monaci aprivano al pubblico solo alcune parti. Poi i monaci sono andati via e la Certosa è diventata pubblica: il risultato è che ora, nella Certosa, convivono due musei gestiti da due enti che non riescono a mettersi d'accordo sugli orari». Qual è la soluzione? «Credo che in casi come questi bisognerebbe ricordarsi che ci sono due priorità: la conservazione dei beni e un piano di gestione ben fatto. Nel caso della Certosa, prima di tutto bisogna vedere se la comunità monastica è in grado di conservare i beni meglio di chi si vuole far subentrare, poi bisogna avere un piano di gestione che ci assicura che ci saranno degli introiti, integrati da risorse effettive». Ad esempio? «Dato il livello enorme di evasione fiscale in Italia, terza solo al Messico e alla Turchia, bisognerebbe prima rimediare all'evasione fiscale e poi usare quei soldi per la sanità pubblica, la scuola e, non ultimo, la cultura». Cosa manca all'Italia per trasformare il suo patrimonio artistico in traino per uscire dalla crisi? «Manca la consapevolezza del "a che cosa può servire la bellezza del nostro paese". Mai e poi mai la bellezza del nostro Paese potrà sopperire alla disoccupazione o al ristagno dell'industria, ma io credo che sia vero quello che l'economista indiano Premio Nobel Amartya Sen disse una volta: "La bellezza di un paese serve per dare ai suoi cittadini l'orgoglio di appartenere a quel paese, e quindi a renderli più creativi, propositivi e positivi". Lo diceva per l'India, ma vale per tutti i paesi del mondo. Quanto all'Italia, non posso pensarla come un Paese che vive solo di turismo: diventerebbe un paese di servitori».